Roberto Camagni: dimensione delle città e sviluppo, Lezione 2017

Un pubblico numeroso e attento ha riempito la sala Consiglio della Facoltà di Economia “Giorgio Fuà” dell’Università Politecnica di Ancona lo scorso 11 maggio, per assistere alla “Lezione di Economia Marche” tenuta dal professor Roberto Camagni.

La lezione del professor Camagni, intitolata “Ruolo e futuro delle Città medie” è partita dal rinnovato interesse per le Città emerso negli ultimi 15 anni dal dibattito sulle politiche di sviluppo: del resto, per citare Braudel, le Città sono sempre state dei “trasformatori elettrici”, in grado di aumentare ”le tensioni, precipita[re] gli scambi, rimescola[re] all’infinito la vita degli uomini. La Città da sempre viene considerata un motore di innovazione e competitività, dimensioni a cui oggi si aggiunge l’attenzione a benessere e sostenibilità.

Ma il dibattito sulla dimensione urbana dello sviluppo è ancora oggi lontano da una visione condivisa: si confrontano infatti due punti di vista, uno più tradizionale e ancora mainstream e uno invece più moderno e attento alla complessità. Una discussione di grande attualità, sia per la tradizione della Fondazione Aristide Merloni di studio dello sviluppo locale, sia per le nuove opportunità e sfide emerse con il progetto di Fabriano Città Creativa dell’UNESCO.

Lezione di Economia Marche 2017 Ancona

 

Sviluppo e dimensione urbana: visioni a confronto

La prospettiva mainstream si è finora concentrata sulle “economie di agglomerazione”, i vantaggi di efficienza legati alla grande dimensione urbana: sono le grandi città, e in particolare le capitali, a dover attrarre capitali e investimenti, per poi redistribuire in un secondo momento i frutti della crescita. Un approccio evidente ad esempio nelle scelte politiche delle organizzazioni finanziarie internazionali rispetto ai Paesi in via di sviluppo.

L’evidenza empirica ci mostra però un panorama più complesso: se è vero per esempio che in Europa le grandi città sono le aree più ricche e più connesse, con indici di produttività migliori, i dati ci mostrano che in questi anni, le città definite di “secondo ordine (tra 350.000 e 1.500.000 abitanti) hanno infatti ottenuto tassi di crescita pari o addirittura superiori a quelli delle città maggiori, e lo stesso vale per le città di dimensioni inferiori: la visione moderna delle politiche urbane ritiene quindi importante sostenere tutte le regioni e le città di media e piccola dimensione.

 

Le città medie e piccole crescono quanto le città grandi

Tassi annui di crescita del PIL per rango urbano, 1996-2009

 

Città medie e fattori di sviluppo

L’ottica è quella di sfruttare il capitale territoriale presente, evitando che vada disperso, e sostenendolo con politiche di smart specialization e place-based: più che il presunto trade off tra efficienza ed equità, a dover essere tenuti d’occhio sono aspetti come gli assetti istituzionali, le reti, la fiducia e appunto il capitale sociale.

Le analisi mostrano inoltre che piccole aree metropolitane adiacenti ad altre possono “prendere in prestito” i benefici dei vicini (“borrowed size”), ottenendo quindi livelli di efficienza analoghi a quelli dei grandi centri. Le piccole città possono infatti sfruttare l’accesso ai servizi, ai mercati del lavoro e a relazioni internazionali garantiti dai centri maggiori.

Anche parlando di economie di agglomerazione, è importante aggiornare la visione accademica col ricorso a dati empirici aggiornati. In un modello statico, tradizionale, il livello di produttività netta di una città dipende:

  • Dalla dimensione urbana, in modo crescente con la dimensione,
  • Dalla presenza di funzioni di alto livello;
  • Dalla dimensione demografica del contesto urbano complessivo;
  • Dalla qualità delle funzioni del contesto complessivo, specialmente per le città maggiori (anch’esse ricevono benefici!);
  • Dalla presenza di reti di città sulla lunga distanza, particolarmente per le piccole città.

In un modello dinamico, i dati ci restituiscono una situazione diversa: la dimensione della popolazione urbana non è mai significativamente associata alla crescita della produttività.

A influire, semmai, sono altri fattori:

  • La crescita delle funzioni di alto livello sul totale dell’occupazione, specialmente per le città più piccole;
  • La crescita delle funzioni di alto livello nel contesto urbano complessivo;
  • La crescita della dimensione demografica complessiva, soprattutto per le città più grandi;
  • La presenza (non la crescita) delle reti di cooperazione fra città.

 

Dimensione urbana e sviluppo: implicazioni per le politiche pubbliche

 

Quali lezioni possono trarre i policy makers dalle nuove tendenze di analisi del rapporto sviluppo-dimensione urbana?

Emerge anzitutto la multidimensionalità dei fattori che aumentano efficienza e produttività netta, e quindi l’attrattività di una città, ma anche la loro indipendenza dalla semplice dimensione della città. Ad avere un ruolo cruciale è semmai la qualità delle funzioni ospitate dalla città, e la loro crescita nel tempo: considerata la scarsità di risorse pubbliche, i policy makers dovrebbero concentrare le risorse sulle città più capaci di realizzare una strategia di crescita basata sull’ innovazione, rinnovando e modernizzando le loro funzioni e investendo su processi di cooperazione e integrazione con altri centri urbani.

La sfida diventa quella di costruire sistemi urbani (metropolitani-regionali), contesti di area vasta, che integrino il potenziale demografico delle aree medie, investano sulla qualità delle funzioni ospitate e sulle reti di cooperazione interna, e garantiscano l’accessibilità dei piccoli centri a mercati metropolitani delle funzioni, dei beni, dei servizi e del lavoro.

Inoltre, scommettere sullo sviluppo delle città di secondo e terzo ordine è vantaggioso per lo sviluppo dell’intera economia nazionale, permettendo di ridurre le tendenze inflazionistiche  di uno sviluppo troppo concentrato territorialmente, che hanno un impatto negativo sulla competitività, e di sfruttare più a fondo il capitale territoriale disperso e le specifiche eccellenze delle singole città.

Città medie e sviluppo locale, la lezione di economia marche 2017 con Roberto Camagni

 

Materiali della Lezione

 

Scarica le slides della Lezione di Economia Marche 2017 – Roberto Camagni

Registrazione della Lezione di Economia Marche 2017 – Ruolo e futuro delle città medie – Prof. Roberto Camagni

 

Premio di Laurea “Economia Marche”

La Lezione è stata anche l’occasione per premiare la vincitrice del concorso bandito dalla rivista “Economia Marche” per la miglior tesi di laurea sui temi dello sviluppo locale e dello sviluppo regionale. Il Comitato ha ricevuto proposte di ottimo livello, e ha ritenuto di premiare l’elaborato di Giorgia Bucci, laureata in Scienze Forestali del Suolo e del Paesaggio presso l’Università Politecnica delle Marche.

La tesi della dott.ssa Bucci, <<Il nuovo label “Prodotto di montagna” per lo sviluppo sostenibile delle aree montane: un’analisi esplorativa>>, affronta un argomento di grande rilevanza dopo il terremoto che ha colpito le aree interne dell’Appennino: con l’approvazione della normativa sulla indicazione facoltativa di qualità “Prodotto di Montagna”, si aprono nuove opportunità per le aziende montane, con la possibilità di sviluppare politiche di differenziazione qualitativa  per rispondere agli svantaggi geografici, in termini di alti costi di produzione e bassa produttività, delle loro aree di riferimento.

L’obiettivo è attivare un circolo virtuoso che permetta una corretta remunerazione dei fattori della produzione e il rafforzamento della sostenibilità economica, ambientale e sociale. Considerata la limitata applicazione del label montano nel panorama italiano, l’indagine si è rivolta ai principali attori della filiera agroalimentare (produttori, trasformatori e rivenditori), con l’obiettivo di conoscere la loro percezione sul «Prodotto di Montagna».

Il Premio di Laurea Economia Marche 2017 per tesi su sviluppo locale