Il “modello Marche” e la quarta rivoluzione industriale

Il rapporto sull'imprenditorialità 2016: formazione e startup

A proposito del ‘modello marchigiano’

Di Donato Iacobucci,

Coordinatore Scientifico,

Fondazione Aristide Merloni

In un articolo pubblicato tempo fa sul Corriere Adriatico, Mauro Gallegati esorta ad abbandonare il “modello marchigiano” e aprirsi con maggiore coraggio alle nuove prospettive aperte dall’evoluzione delle tecnologie, in particolare quelle digitali.

Si tratta di una riflessione importante poiché uno degli aspetti della interminabile ‘crisi’ dalla quale il paese e la regione non sembrano in grado di uscire è proprio la sensazione di smarrimento rispetto alle tendenze in atto e l’assenza di una prospettiva di sviluppo verso la quale orientare le scelte pubbliche e private.

Ben vengano quindi riflessioni e proposte che aiutano ad individuare le direzioni del cambiamento e gli scenari futuri.

Condivido gran parte dell’analisi fatta da Mauro Gallegati sulle tendenze in atto a sul loro impatto. Condivido meno le proposte, la cui discussione meriterebbe però un adeguato approfondimento.

Vorrei qui invece riprendere alcuni degli spunti proposti da Mauro Gallegati riguardo all’impatto dei cambiamenti sul ‘modello marchigiano’.

L’intensità e l’ampiezza dei cambiamenti è tale da far dire a molti che siamo in presenza di una nuova rivoluzione industriale: la quarta.

Alcuni degli aspetti caratterizzanti questa rivoluzione, primo fra tutti il ruolo della ricerca scientifica nei processi produttivi, sembrano mettere in discussione il ‘modello marchigiano’, caratterizzato da produzioni a basso contenuto tecnologico (le calzature, i mobili, l’abbigliamento) e per i quali i fattori di competitività sono affidati all’esperienza, alla creatività e al learning by doing piuttosto che all’applicazione delle conoscenze scientifiche.

Concordo pienamente con la necessità di elevare la capacità innovativa del sistema manifatturiero regionale, soprattutto quella che si esprime attraverso l’attività di ricerca e sviluppo. L’intensità dell’impegno in ricerca e sviluppo delle imprese regionali, comunque la si misuri, è di poco superiore alla metà della media nazionale. A sua volta di gran lunga inferiore a quella osservata nei principali paesi europei.

Elevare questa capacità significa innanzitutto aumentare la quota di persone con elevata qualificazione all’interno delle imprese. Obiettivo al quale andrebbe dedicato il massimo impegno, sia delle imprese, sia dei policy maker.

Muovere in questa direzione non significa abbandonare il ‘modello’ marchigiano per la semplice ragione che, a mio giudizio, tale modello non esiste; se con esso intendiamo una specifica ‘configurazione’ del sistema manifatturiero in termini di settori produttivi e dimensioni d’impresa.

Certo, quando pensiamo al sistema manifatturiero regionale ci vengono subito alla mente alcune caratteristiche: le piccole imprese, i distretti, le calzature, i mobili, gli elettrodomestici,… Si fa però fatica a trarre da queste caratteristiche uno specifico ‘modello’, né se le esaminiamo in senso diacronico né se ne consideriamo l’articolazione territoriale in uno specifico momento.

Mauro Gallegati ricorda che la produzione di calzature ha radici secolari nella regione, al pari di altre tradizioni artigianali quali gli strumenti musicali a Castelfidardo, i cappelli a Montappone, e altre ancora. Non dobbiamo però dimenticare che fino agli anni ’50 del secolo scorso le Marche erano ancora una regione fondamentalmente agricola.

I distretti industriali della regione, come siamo abituati a identificarli (le calzature nel fermano-maceratese, gli elettrodomestici a Fabriano, il mobile a Pesaro, e altri) sono il risultato dell’esplosione di nuova imprenditorialità e del rapido processo di industrializzazione che ha caratterizzato la regione fra gli anni ’60 e gli anni ’80 del secolo scorso.

Né il cambiamento si è arrestato. A partire dagli anni ’90 è cambiata la struttura interna di distretti, con la progressiva emersione di imprese leader, alcune delle quali hanno assunto posizioni di rilievo in ambito nazionale e internazionale. E’ cambiata anche la composizione settoriale, con la progressiva crescita di importanza della meccanica, dell’elettronica e delle macchine.

Anche in questo ambito sono emerse imprese di media o grande dimensione con posizioni di leadership a livello mondiale (pensiamo alla Biesse o al gruppo Loccioni).

Anche se osserviamo l’articolazione territoriale del sistema produttivo regionale facciamo fatica ad identificare uno specifico ‘modello’. L’organizzazione del distretto calzaturiero, per dimensioni d’impresa e articolazione della filiera, è completamente diversa da quelle del distretto fabrianese dell’elettrodomestico; a sua volta diversa dal distretto pesarese del mobile.

La vera ricchezza di questa regione sta nella varietà dei settori e dei modelli di organizzazione della produzione piuttosto che nell’adesione ad un ‘modello’.

Se proprio vogliamo rintracciare degli elementi di ‘peculiarità’ del sistema produttivo regionale, non dobbiamo guardare tanto alle sue caratteristiche strutturali quanto alla vivacità imprenditoriale; la quantità e la qualità degli imprenditori che si sono attivati nel corso dei decenni è stato il vero motore dello sviluppo industriale ed economico della regione. Ed è ciò che ha consentito al sistema produttivo di adattarsi continuamente ai cambiamenti del contesto esterno.

Ha ragione Mauro Gallegati a richiamarci alla necessità di accelerare nella capacità di innovazione e cambiamento. Questo non deve spaventarci perché non significa abbandonare un ‘modello’ fin qui vincente. Al contrario, deve indurci a recuperane la caratteristica principale, cioè la capacità di cogliere le opportunità offerte dalle tecnologie e dai mercati.

Il motore di questa capacità rimane sempre lo stesso: la vivacità imprenditoriale. Di questa sì abbiamo bisogno in maggiore quantità e soprattutto, di qualità diversa rispetto al passato.

(Articolo pubblicato sul Corriere Adriatico del 17 Luglio 2017)