Più laureati per far salire l’occupazione giovanile

Il rapporto sull'imprenditorialità 2016: formazione e startup

Articolo del nostro coordinatore scientifico, prof. Donato Iacobucci, pubblicato sul Corriere Adriatico del 30/08/2017

 

Nelle ultime settimane è stato vivace il dibattito sui provvedimenti proposti dal governo per affrontare il problema della disoccupazione
giovanile.

Il tasso di disoccupazione nella popolazione fra i 14 e i 24 anni è meno drammatico nelle Marche (31%) rispetto alla media nazionale (38%) ma in entrambi i casi elevato.

Il governo ha proposto sgravi contributivi per le nuove assunzioni, volti ad incentivare la domanda di lavoro da parte delle imprese. Il dibattito si è concentrato soprattutto sull’entità delle risorse messe a disposizione, ritenute insufficienti per determinare un impatto significativo. Mettere in campo una terapia d’urto è senz’altro auspicabile data la rilevanza del problema.

La soluzione congiunturale non deve però indurci a trascurare che nel nostro paese vi sono fattori strutturali dal lato dell’offerta che contribuiscono al problema della disoccupazione giovanile. Uno di questi è costituito dalla qualità del capitale umano, cioè dal livello e dalla tipologia di formazione posseduta dai giovani.

L’Italia è fra i paesi europei con la più bassa percentuale di laureati nella popolazione in età da lavoro. Nell’ultimo Innovation Scoreboard che confronta i paesi e le regioni europee, l’indicatore relativo alla percentuale di giovani laureati è fra quelli in cui l’Italia ha le performance peggiori: meno del 50% della media europea.

Nelle Marche la situazione è migliore della media italiana ma l’indicatore regionale è comunque pari al 69% della media europea. La distanza è notevole e non sembra destinata ad essere colmata nel prossimo futuro.

A dispetto delle continue affermazioni sull’importanza del capitale umano e della formazione, nell’ultimo decennio il nostro paese ha
diminuito le risorse destinate all’istruzione e alla ricerca. Negli ultimi anni si è addirittura ridotta la percentuale di diplomati che prosegue nell’istruzione terziaria (postdiploma).

Secondo gli ultimi dati Eurostat (relativi al2015) le persone impegnate nella formazione terziaria erano poco più di 1,7 milioni in Italia contro i quasi 3
milioni in Germania e i 2,4 milioni in Francia. Le differenze si giustificano solo in parte con la diversa entità della popolazione (61 milioni dell’Italia
contro gli 82 della Germania e i 67 della Francia).

Per avere le stesse percentuali di Francia e Germania delle persone impegnate nell’istruzione terziaria l’Italia dovrebbe incrementare la popolazione universitaria di oltre 300.000 unità.

Oltre che per il più basso livello medio di istruzione, l’Italia si caratterizza anche per un mismatching qualitativo fra domanda e offerta.

È convinzione diffusa che uno dei punti di forza del nostro paese sia nella produzione manifatturiera. Malgrado ciò siamo carenti rispetto agli altri paesi nell’organizzazione della formazione tecnica superiore. Dopo il tentativo dei diplomi universitari (superati dalla riforma del 3+2 dei percorsi universitari) la strada che si sta sperimentando è quella degli ITS (IstruzioneTecnicaSuperiore).

La strada imboccata è quella giusta ma il numero di iscritti ai corsi ITS è molto limitato ed essi debbono ancora trovare adeguata legittimazione nelle scelte dei genitori e dei giovani diplomati. Anche nei percorsi universitari l’Italia presenta delle differenze con i principali paesi europei che non facilitano l’occupabilità dei giovani.

Nel nostro paese è consolidata la preferenza per le discipline umanistiche e sociali rispetto a quelle tecnico-scientifiche. La situazione è cambiata negli ultimi anni (gli iscritti nelle materie giuridiche e letterarie si sono ridotti di oltre un quarto nell’ultimo decennio) ma le differenze con gli altri paesi europei restano elevate.

Gli iscritti ai percorsi di laurea delle facoltà umanistiche e delle scienze sociali costituiscono in Italia quasi il 30%degli studenti mentre sono meno del 20% in Germania; al contrario gli iscritti nei percorsi di informatica e ingegneria costituiscono un terzo degli iscritti (33%) in Germania mentre non
raggiungono il 20% in Italia.

Con questi dati non si intende riproporre l’annosa diatriba sulla preferibilità o meno della cultura umanistica rispetto a quella scientifico-tecnica. Entrambe sono fondamentali nei processi di formazione scolastica. Diverso è il caso dell’istruzione terziaria la cui validità va misurata in funzione delle opportunità di valorizzazione delle conoscenze e delle competenze acquisite.

Ben venga lo sforzo finanziario per incidere in modo significativo sull’attuale livello della disoccupazione giovanile attraverso gli incentivi alla domanda. Se però non vogliamo continuare ad agire nell’emergenza anche in questo ambito occorrerà investire in modo deciso e continuativo anche sui fattori strutturali: elevando in modo significativo la quota di giovani inseriti nei processi di formazione terziaria, in particolare nei percorsi
tecnico-scientifici.

Molto può essere fatto anche dai genitori e dai giovani che debbono mostrare maggiore convinzione nell’investimento sull’istruzione ed essere maggiormente accorti nella scelta dei percorsi formativi.

 

Scarica l’articolo originale: Donato Iacobucci – Laureati Disoccupazione Giovanile – Corriere Adriatico