Liberalizzazioni, mercati chiusi e la lezione della concorrenza

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Articolo del nostro coordinatore scientifico, prof. Donato Iacobucci, pubblicato sul Corriere Adriatico del 06/09/2017

 

Dopo oltre due anni di discussione lo scorso agosto il parlamento ha approvato il ddl Concorrenza contenente misure che dovrebbero favorire la concorrenza in settori regolamentati quali farmacie, assicurazioni, banche, professioni, ecc.

I commenti hanno generalmente lamentato lo scarso coraggio del legislatore nel favorire un contesto di effettiva liberalizzazione e concorrenza in settori tradizionalmente protetti. Si tratta di provvedimenti che seguono solo in parte e con notevole ritardo le periodiche sollecitazioni dell’Autorità Garante della Concorrenza e del mercato.

Il dibattito si è comunque subito spento.

Al pari del nostro parlamento, anche l’opinione pubblica italiana sembra essere scarsamente sensibile al tema della concorrenza. Alla fine a prevalere è la difesa dello status quo e delle relative rendite (quando non veri e propri privilegi). È un peccato poiché la scarsa concorrenza si traduce, in generale, in maggiori prezzi per gli acquirenti e in minori stimoli all’innovazione.

Alcuni settori,come quello delle farmacie, sono diventati emblematici dell’incapacità del legislatore di agire nell’interesse dei cittadini piuttosto che difendere gli interessi di specifiche categorie. La principale modalità con la quale si riduce la concorrenza in un settore è la limitazione o
l’impedimento all’entrata di nuovi concorrenti.

Una delle principali motivazioni che le categorie protette adducono per giustificare tale limitazione è che la liberalizzazione dell’entrata andrebbe a discapito della qualità e della sicurezza per i consumatori.

Si tratta, in generale,di un argomento infondato. Sicurezza e qualità per i consumatori dipendono da fattori che hanno poco a che fare con la libertà di entrata e con la concorrenza.

Un buon esempio in questo senso è stato quello del trasporto aereo civile. Oggi gran parte della popolazione, anche quella con redditi non elevati, ha l’opportunità di spostarsi in aereo nelle tratte a medio e lungo raggio. Con prezzi commisurati agli effettivi costi del trasporto aereo e
con standard di sicurezza che nel tempo sono diventati sempre più elevati.

Nessuno, credo, sarebbe disposto a tornare ai tempi delle regolamentazioni nazionali che assicuravano inaccettabili rendite di posizione ai pochi vettori esistenti.

Quando il processo di liberalizzazione del trasporto aereo civile ebbe inizio negli USA negli anni‘70 il principale argomento sostenuto dagli operatori
del settore per opporsi alla liberalizzazione dell’entrata di nuovi concorrenti era proprio quello della sicurezza. Si paventava il fatto che la maggiore concorrenza e la conseguente riduzione dei prezzi avrebbe comportato un pericoloso abbassamento degli standard di qualità e di sicurezza per i passeggeri.

Così non è stato. Gli standard di sicurezza sono fissati dalle normative e dai regolamenti di settore e il loro rispetto dipende dall’efficacia delle
agenzie preposte al controllo piuttosto che dal numero degli operatori.

Questo vale per il trasporto aereo come per qualunque altro settore. L’importante è che chiunque operi in un settore rispetti gli standard di sicurezza; per questo non è necessario ‘blindare’ il settore impendendo a nuovi concorrenti di entrare.

Magari portando innovazioni che risultano maggiormente gradite ai clienti. Come è stato il caso dei vettori low cost nel trasporto aereo, i quali hanno
dimostrato che parte della ‘qualità’ offerta dalle vecchie compagnie si traduceva in servizi (e relativi costi) che non interessavano gli utenti e che servivano solo ad alimentare le rendite degli operatori esistenti. Il processo di liberalizzazione nel trasporto aereo civile ha successivamente interessato l’UnioneEuropea e i suoi stati membri.

Alla fine di tale processo a rimetterci non sono stati i consumatori ma le imprese inefficienti o quelle che non sono state in grado di adeguare la propria offerta alle esigenze dei clienti.

Per l’Italia il caso del trasporto aereo civile è purtroppo emblematico anche per l’annosa vicenda dell’Alitalia. Questa vicenda ci ricorda che il
tentativo di difendere posizioni di rendita sul mercato nazionale non solo ha comportato costi elevati per il contribuente (e per i clienti), ma ha
anche ritardato o impedito la nascita di altri vettori che avrebbero potuto guadagnare posizioni di rilievo sul mercato italiano e internazionale.

Operazione che è riuscita a operatori provenienti da mercati che prima dell’Italia si erano aperti alla liberalizzazione. È una lezione da tenere presente e che purtroppo rischia di ripetersi anche in altri settori.

Troppo spesso questi aspetti vengono considerati come argomenti tecnici.

Ad essi dovremmo invece prestare maggiore attenzione poiché ci riguardano tutti e da vicino:come clienti nell’immediato e come contribuenti per le conseguenze di lungo periodo.

Scarica l’articolo: Liberalizzazioni mercati chiusi concorrenza – Corriere Adriatico 06 09 17