RINASCO “Sviluppo a medio termine delle aree interne” – Censis / Fondazione Merloni

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Premessa: dare un futuro alle aree terremotate rilanciando l’Appennino

Immaginare un futuro vitale per le aree colpite dal terremoto vuol dire mettere in atto progetti che, parallelamente alla ricostruzione, rilancino un territorio più ampio e prevengano lo “scivolamento verso il basso”, non solo tellurico, ma anche socio economico, di quelle aree.

I problemi che hanno afflitto l’Appennino in questi ultimi decenni son ben noti: lo spopolamento, l’invecchiamento, la perdita di presidi produttivi, l’allontanamento dei servizi, la conseguente crisi occupazionale ed economica e la crescente propensione a privilegiare, sia dal puto di vista turistico che imprenditoriale, le zone costiere.

C’è quindi il rischio di andare verso uno scenario in cui la parte interna, lo scheletro dell’Italia centrale, è sempre meno appetibile, mentre sono sempre più vitali e con opportunità di sviluppo le zone di pianura e costiere. Un’evoluzione che cambierebbe la dinamica e la stessa identità non solo dell’Appennino, ma di tutto il sistema Italia.

Per rilanciare le aree terremotate quindi, la Fondazione Merloni e il Censis ritengono necessario allargare l’orizzonte a tutto l’Appennino, almeno nella sua dimensione “centro-orientale”. Un territorio ancora vitale sotto molti aspetti, ma che rischia di rimanere isolato dallo sviluppo della Penisola, fatto lungo gli assi verticali Milano-Roma e la direttrice adriatica.

Occorre riconnettere l’Appennino al resto del Paese, mettendone prima di tutto in luce gli aspetti vitali ed attrattivi e facendo leva anche sul forte sentimento di solidarietà nazionale che si è innescato nell’ultimo anno in conseguenza dei terremoti.

La ricerca

Con tale scopo La Fondazione Merloni e il Censis hanno realizzato un’indagine che mettesse in luce le potenzialità dell’Appennino, raccogliendo ed elaborando i dati più significativi, nonché realizzando alcuni seminari di ascolto sul territorio e un centinaio di interviste a testimoni privilegiati.

Il primo dato che emerge dalle interviste svolte nelle aree terremotate è che circa il 75% degli intervistati si sente frustrato dalla risposta pubblica di questi mesi, mentre più dell’80% non ha sentito scemare la solidarietà della società civile italiana (e in parte anche quella internazionale). È tutta in questo dato la sfida dei progetti che seguono: incanalare e valorizzare la tensione sociale “pro-terremotati”, contribuendo anche a mettere a sistema molte iniziative già in atto.

 

Il territorio dell’Appennino centrale orientale

Il confine del quadrilatero qui ipotizzato riguarda i vertici settentrionali nell’asse Perugia – Fabriano – Ancona e quelli meridionali nell’asse Rieti-L’Aquila-Teramo.

La ricerca ha analizzato l’area interna di questo quadrilatero, che comprende i territori appenninici di Marche, Umbria, Lazio e Abruzzo, abitata dal circa 1,4 milioni di persone, vale a dire il 15% delle popolazioni di quelle Regioni. Un territorio vasto circa 4 volte tanto quello del cratere del terremoto vero e proprio e che comprende circa 380 comuni, mentre le località vicine al cratere sono 140.

 

 

I dati sull’Appennino

Premesso che tutti i dati strutturali ad oggi disponibili risalgono a prima degli eventi sismici, in un contesto di grave crisi internazionale, che ha colpito pesantemente anche l’Italia, le zone interne dell’Italia Centrale sono rimaste ancorate all’andamento nazionale, basti pensare che: negli ultimi 10 anni il contributo al Valore Aggiunto Regionale dei comuni totalmente montani è rimasto invariato, vale a dire che la crisi non è stata più forte che in pianura; il tasso di occupazione medio è 1 punto percentuale in meno rispetto alle medie regionali; la produttività è leggermente migliorata rispetto a quella dei comuni non montani, vale a dire che è scesa meno che a valle; infine, il contributo dei comuni montani ai distretti industriali è maggiore che in pianura. Ne emerge un quadro tutt’altro che di arretratezza, significativo in questo senso che il 16% delle start up innovative avviate nelle 4 Regioni sono basate in montagna. Infine ogni 1000 abitanti ci sono 7,5 imprese attive nel Made in Italy, la media nazionale è 6.

Dal punto di vista sociale lo spopolamento sembra essersi attenuato rispetto ai decenni precedenti: negli ultimi 10 anni in Umbria la popolazione montana è cresciuta del 3,8%, nelle Marche e in Abruzzo è solo del 2%. Certo l’invecchiamento della popolazione si sente, è un buon 20% maggiore rispetto ai comuni non montani; questo è il vero tema che desta pensiero.

Resta però un territorio di pregio e potenzialmente attrattivo: il consumo di suolo è 1/3 rispetto a quello dei comuni non montani; circa il 35% dei comuni appartiene ad un’area protetta e oltre il 20% dei comuni è classificato tra i “Borghi più belli d’Italia”. L’Appennino ha la densità maggiore d’Italia, trainata ovviamente dall’Umbria. Ci sono oltre 100 posti letto per turisti ogni 1000 abitanti, mentre la media nazionale è 80.

Una società anche fortemente coesa, basti pensare che ogni 1000 abitanti ci sono 8 istituzioni no profit, (la media nazionale è 5,8) e ci sono 110 volontari ogni 1000 abitanti (la media nazionale è 80).

Le tribù

In un territorio “rarefatto”, dal forte spopolamento e “invecchiato” come l’Appennino, le comunità locali rischiano di non avere più quella forza propulsiva di un tempo, la famosa “identità locale”, ancorché forte e attuale, ha spesso preso una piega più difensiva che non fattiva e così il localismo -che tanto spesso il Censis ha lodato- potrebbe non essere la giusta chiave interpretativa dello sviluppo futuro delle aree appenniniche.

Si è così scelto di lavorare su gruppi d’interesse che fossero trasversali al territorio, delle specie di “tribù”, con interessi, valori, ambizioni, frustrazioni comuni; e quindi verosimilmente anche con potenzialità e progettualità convergenti. La domanda che l’indagine si poneva era: “cosa offrono in termini di possibilità di sviluppo e cosa chiedono per innescare meccanismi di sviluppo le genti dell’Appennino?”. Sono così state individuate 10 tribù, non sempre omogenee, magari anche con denominazioni fantasiose, ma certo tutte con una vitalità interna che sarebbe un peccato non cogliere:

  1. Gli allevatori
  2. Gli amministratori locali
  3. Le comunità scolastiche
  4. Gli agricoltori
  5. Gli immigrati
  6. Gli emigrati di ritorno
  7. I pendolari
  8. I possessori di seconde case
  9. Gli operatori di settori di nicchia: turismo, enogastronomia, prodotti tipici
  10. I camminatori dello spirito

 

Ci si è quindi focalizzati sulle proposte attrattive e d’investimento possibili, magari con interventi leggeri e immediatamente realizzabili, fluidi, concreti e che sviluppino sinergie e opportunità già presenti o sottoutilizzate.

 

I dieci progetti di scopo

Si è arrivati così a individuare 10 progetti di scopo (uno per ogni tribù), non particolarmente complessi, ma anzi facilmente approcciabili e rapidamente “cantierabili”.

Si tratta di iniziative che, pur rimanendo nel solco della tradizione, hanno un approccio innovativo, leggero, più orientato al software che all’hardware, vale a dire più ad intervenire sulle competenze che sulle infrastrutture, quindi ci si è concentrati su progetti che:

  • Sfruttino nel miglior modo possibile le nuove tecnologie;
  • Sappiano cogliere le nuove opportunità offerte dall’economia della condivisione, la cosiddetta sharing economy;
  • Coinvolgano prima le aziende private e solo successivamente prevedano, solo laddove è necessario, contributi pubblici (regionali, nazionali o europei);
  • Facciano leva sul trasferimento di competenze e di tecnologie da alcune grandi aziende;
  • Prevedano l’inserimento nelle filiere nazionali degli appartenenti alle tribù, in modo da superare l’isolamento tipico dell’Appennino;
  • Sfruttino l’enorme slancio sociale delle popolazioni terremotate che in Italia non è ancora scemato. Per questo sarà importantissimo dare un collante unico ai vari progetti.

 

  1. Gli allevatori: le vacche nutrici

Gli allevatori sono stati, sotto molti aspetti, il simbolo del primo inverno del dopo terremoto, hanno visto crollare le stalle, morire gli animali e hanno poi dovuto affrontare i rigori dell’inverno. Tutto ciò “senza mollare”, sono rimasti in buona parte al loro posto e per questo motivo sono divenuti l’emblema della resilienza appenninica.

L’Appennino ha una grande tradizione di allevamento, anche bovino, con alcune razze storiche e pregiate.

Il progetto ipotizzato riguarda le vacche nutrici, vale a dire quelle allevate per la produzione di vitelli. In Europa negli ultimi 15 anni il patrimonio di vacche nutrici è calato del 1,6%, mentre in Italia si è ridotto del 26,3%.

Nello stesso periodo però, le mandrie dei grandi allevamenti per la produzione di carene e di latte sono rimaste pressoché invariate, è aumentata l’importazione di vitelli e quindi la dipendenza dall’estero, dalla Francia in particolare dove il patrimonio di vacche nutrici è 10 volte tanto quello italiano e si trova in massima parte sul Massiccio Centrale.

L’Italia si sta trasformando in un Paese da “ingrasso” ma dove i vitelli non nascono. Anche l’avanzata dei boschi e l’arretramento dei pascoli è dovuto a questo fenomeno: impiantare nuovi allevamenti conterrebbe il bosco, il cinghiale e il lupo.

L’allevamento della vacca nutrice è completamente diverso da quello da ingrasso tipico, ad esempio dell’Emilia: si tratta cioè di piccoli allevamenti, in cui è anche previsto il pascolo e dove, soprattutto, l’allevatore deve sempre stare all’erta per la nascita dei vitelli, un lavoro difficile, non meccanizzabile e per certi aspetti abbastanza duro.

In Italia gli allevatori da ingrasso potrebbero investire negli allevamenti di vacca nutrice, ci sono enormi spazi di miglioramento, servono competenze zootecniche, tecnologia, accompagnamento, basti pensare che la mortalità dei vitelli potrebbe passare dal 40 al 10%.

Anche in questo campo la tecnologia può dare un grandissimo contributo, con il controllo a distanza dei capi e strumenti che avvisano l’imminente nascita del vitello (la sorveglianza e la presenza di un levatore competente nel momento in cui c’è realmente bisogno, è il vero motivo dell’abbandono di questo tipo di allevamento). Esistono forme di veterinaria a distanza, cui si possono aggiunge sistemi di risparmio energetico per le stalle.

Ovviamente tutta la filiera della carne e del latte ne gioverebbe, perché carne o latte da mucche nate e cresciute in Italia sarebbe un valore aggiunto per tutti.

  1. Gli amministratori locali: la riscrittura della carta dei poteri

Nella fase di ascolto della realtà locale il Censis ha registrato un crescente disagio degli amministratori pubblici, si sentono “dimenticati” e spesso non sanno quali leve devono muovere per aiutare le loro comunità, in una latente sensazione di impotenza.

A questo si deve aggiungere che, un po’ in tutto l’appennino centrale, si soffre di un forte impoverimento dei presidi: la banca, le poste, l’ambulatorio si allontanano progressivamente.

Per questi motivi, non pare eccessivo parlare della tribù degli amministratori locali, perché sempre più sono un riferimento istituzionale per le popolazioni, senza essere davvero protagonisti della macchina amministrativa. Si sentono spesso circondati dalla confusione istituzionale, eppure sono solidali tra loro.

Pur volendo rimanere lontani dalla politica, le iniziative di sviluppo dell’Appennino non può non confrontarsi con questa difficoltà. E così nella stessa logica “dal basso” degli altri progetti, vuol proporre un momento di incontro e una proposta di riscrittura della mappa dei poteri locali: comuni, ex province, comunità montane in cui si chiarisca “la catena di comando”, la collaborazione con le forze dell’ordine e la Protezione Civile  (la tragedia di Rigopiano forse era inevitabile, ma ha evidenziato la confusione tra poteri), sarebbe anche l’occasione di validare, insieme agli amministratori, i progetti di scopo che la Fondazione sta promuovendo e di rassicurare i partner privati che lo spirito collaborativo anima tutti i soggetti coinvolti.

  1. Gli agricoltori: Le nocciole

Le imprese agricole dell’Appennino, se si escludono i prodotti tipici, sono caratterizzate, in estrema sintesi, dalle piccole dimensioni, da una scarsa capacità di programmazione sul medio-lungo periodo, da una dipendenza molto forte dai contributi pubblici, spesso utilizzati non per gli investimenti, ma per la gestione ordinaria.

Anche in questo caso si ritiene che l’immissione in filiere produttive più ampie, potrebbe avere un effetto anche culturale e psicologico, di rivitalizzazione e svecchiamento.

L’Italia è il secondo produttore al mondo di nocciole, dopo la Turchia, che però ha una produzione pari a 5 volte quella italiana. L’industria dolciaria italiana è il più grande importatore al mondo di questo prodotto, con una richiesta che ogni 10 anni raddoppia, con un crescente bisogno di qualità, e tracciabilità.

Impiantare noccioleti in Appennino potrebbe rivelarsi un buon investimento per tutto il sistema Paese e alcuni passi sono già stati fatti, ma occorre fare uno piccolo sforzo aggiuntivo, motivato anche in questo caso dal senso di responsabilità per un territorio che ha bisogno di interventi fuori dalla normale logica economica del “ritorno degli investimenti”.

Le piante di nocciole infatti impiegano 5 anni prima di essere produttive, occorre quindi garantire al coltivatore strumenti che gli permettano di superare questo periodo.

Più in generale occorre trasferire le competenze per questo tipo di coltura e garantire un minimo di infrastrutture di cui il coltivatore da solo non può dotarsi, in modo particolare si tratta di spazi dove far essiccare e sgusciare le nocciole, che non possono essere troppo lontani dalle coltivazioni perché altrimenti il costo del trasporto sarebbe eccesivo.

  1. Le comunità scolastiche: alternanza vera scuola lavoro

Il vero problema attuale dei comuni di montagna, più che lo spopolamento, è l’invecchiamento della popolazione: trattenere un giovane di 20-25 anni potrebbe essere un’impresa disperata, occorre cominciare con la scuola. Nel corso dell’indagine sono state ascoltate molte persone del mondo scolastico e nel complesso si può dire che la vitalità e la tenuta del sistema sono superiori alla media.

Le comunità scolastiche si stanno già muovendo per far conoscere ai loro studenti le opportunità di lavoro offerte dalla “montagna”, occorre però un potenziamento, una razionalizzazione, un maggior coinvolgimento e una migliore comunicazione.

La vera svolta sarebbe condurre gli allievi a conoscere imprese più ampie e strutturate di quelle appenniniche. L’idea progettuale è quindi quella di coinvolgere una decina di imprese, turistiche, di trasformazione e commercializzazione di prodotti tipici, zootecniche o che comunque siano attive e sviluppino le loro attività “in montagna” che si assumano la responsabilità di accogliere scolaresche provenienti dalle aree appenniniche.

Il percorso potrebbe seguire anche la via inversa e alcune scolaresche delle grandi città italiane potrebbero scegliere di conoscere il mondo del lavoro ed imprenditoriale delle aree interne. L’Appennino, con il suo reticolo fitto di imprese piccole, artigiani, agricoltori, produttori di prodotti tipici, potrebbe essere una grande palestra per gli studenti di tutta Italia.

Basti pensare che a settembre proprio ad Amatrice nascerà un convitto per servire uno dei pochi licei sportivi internazionali, a cui si sono già iscritti 30 ragazzi, per la metà provenienti da regioni diverse dal Lazio.

  1.  Gli immigrati: accoglierli in montagna

La presenza di immigrati è aumentata negli ultimi anni, ma i dati ci dicono che c’è ancora spazio e che, da un punto di vista occupazionale, la presenza potrebbe aumentare del 40% nei prossimi 10 anni.

Inoltre, il parere di molti amministratori è che (in collegamento con la tribù successiva), l’Appennino possa offrire una soluzione al problema abitativo di molti immigrati attivi nelle zone costiere o nei centri industriali a valle. Incentivi fiscali per la ristrutturazione e per l’affitto potrebbero attrarre qualche migliaio di stranieri con le loro famiglie, una questione centrale esposta in molte occasioni.

 

  1. I pendolari: avvicinare l’alta velocità e ipotesi di co-working

Sono decine di migliaia i pendolari che ogni giorno scendono dall’Appennino per recarsi al lavoro nei centri più grandi; il problema dei trasporti è drammatico per chi lavora, perché le vie di comunicazione sono obiettivamente insufficienti e hanno contribuito all’isolamento di vaste zone, anche dal punto di vista turistico. Immaginare una o due nuove infrastrutture, come una nuova arteria che attraversi trasversalmente l’Appennino, è possibile ma non facilmente attuabile e certamente non rientra nelle ambizioni del presente progetto.

Sembra più verosimile mettere a sistema l’esistente ed integrarlo, magari usando lo slogan: “collegare tutti i paesi con il Freccia Rossa”, ipotizzando che in circa un’ora si possa raggiungere una fermata dell’Alta Velocità, occorre però pianificare nuove fermate, come per esempio quella di San Benedetto del Tronto. Certo le tratte, con più fermate aumenteranno di un po’ i tempi di percorrenza, ma forse anche questo è solidarietà e compartecipazione allo sviluppo di un’area ferita e indebolita.

Più in linea con lo strumento leggero di cui si è parlato, sarebbe l’ipotesi di favorire nuove esperienze di telelavoro, magari parziali o in cloud, attrezzando spazi di lavoro collettivo, connessi alla rete. Questi co-working, uffici temporanei, possono essere anche attrattivi per chi vuol fare il “pendolare inverso”: dalla città andare a lavorare in posti più piacevoli.

  1. I proprietari di seconde case: l’home sharing dell’Appennino

Forse dal punto di vista numerico i proprietari di seconde case sono il gruppo più numeroso: mediamente il 75% del patrimonio immobiliare appartiene a non residenti, con punte che raggiungono il 90%. Per molti di loro la casa è prevalentemente un costo e raramente viene utilizzata.

Perché non pensare allora ad iniziative di “home sharing”?  Immaginiamo un territorio dove in ogni piccolo borgo sperduto, c’è una casa (una stanza e un bagno) calda e confortevole che può accogliere in qualsiasi momento un visitatore.

Non si tratta solo di un “App” per i B&B, ma di un progetto promosso e supervisionato dalle istituzioni. Il proprietario di seconda casa è frustrato dalla sua proprietà: la usa poco, costa tanto, d’inverno è fredda, d’estate è abitata per un periodo limitato. Servirebbe un’opera di ammodernamento, ma non vale la pena, così come risulta difficoltoso venderla. Con un investimento di 5-10.000 euro, si potrebbe sistemare una sola stanza e un bagno, aggiungere nuovi infissi, coibentare e “cablare”, con un sistema di gestione in remoto delle utenze e del riscaldamento; infine una serratura che si apre con una tessera e/o una carta di credito.

Il turista in qualsiasi momento “prenota” a distanza l’alloggio ed entra in funzione il riscaldamento, che essendo la stanza coibentata ha un’alta efficienza. I servizi sono ridotti all’osso e prevedono un po’ di collaborazione da parte del visitatore; i pasti e la colazione devono essere consumati in strutture locali.

Per il proprietario della casa c’è un reddito, magari defiscalizzato, l’abitazione è più controllata e anche lui se vuole può usufruire di un alloggio subito confortevole. Occorre mettere a punto un kit e istruire degli istallatori per realizzare il “cappotto interno” di coibentazione ed un arredamento minimal.

In generale questo progetto può inserirsi in idee di “neoedilizia”, progetti per una casa bella, ecologica, con bassi consumi energetici, funzionale e ovviamente sicura.

 

  1. Gli operatori di settori di nicchia (artigianato, turismo, prodotti locali): seguire la via del vino

Nel corso dell’indagine è emersa una grande ricchezza di prodotti tipici: solo nelle aree interessate, se ne sono contati più di 100, attorno a cui si muove un vasto settore imprenditoriale, legato al turismo e all’artigianato.

La solidarietà del dopo terremoto si è espressa anche in un’impennata della domanda di tali prodotti, tanto che l’offerta (olio, lenticchie, salumi, vini), non è riuscita molto spesso a soddisfare la domanda. Tuttavia si lamenta l’eccessiva dimensione “di nicchia” e una varietà di prodotti e produttori, per cui è difficile realmente “emergere” e sfondare anche su mercati lontani.

L’idea è quindi quella di seguire la via del vino: “L’eccellenza si raggiunge con la competizione e non con il mero rispetto di un disciplinare”, da anni il valore aggiunto di una bottiglia di vino non è data dalla “denominazione”, ma dalla cantina, dall’annata. La competizione è spintissima anche tra vitigni confinanti (basti pensare a Bolgheri) e i prezzi si fanno in base alla classifica mondiale, in una logica di gara e non di collaborazione.

In fondo il campanilismo, ha detto qualcuno, è ciò che ha permesso una tale varietà e qualità di opere d’arte, forse è arrivato il momento di vederlo come una risorsa e non solo come un limite. Immaginare graduatorie per i prodotti, come quelle per i ristoranti e per il vino, che poi diventano i più ambiti, come avviene per il vino con la “Wine Spectator”, che pubblica non solo la top 100 dei vini mondiali, ma anche tante classifiche tematiche.

I media e il mondo della comunicazione amano particolarmente le classifiche, anche perché sono più facilmente raccontabili di un prodotto in generale, ma soprattutto perché il consumatore è sempre più selettivo nelle sue abitudini, specialmente quando si tratta di consumi non di prima necessità. Oggi, in un’offerta infinita, si emerge più con un prodotto “top 10”, e non solo con il marchio di origine (che ovviamente mantiene la sua importanza). Anche i produttori cominciano a capire che la sfida competitiva conviene a tutti, anche a chi resta indietro, prima di tutto perché ha sempre la possibilità di conquistare nuove posizioni, ma soprattutto perché la ricerca dell’eccellenza qualifica tutto il settore.

 

  1. I camminatori dello spirito: gli eremi accessibili

L’Appennino è da sempre il cuore di profonde esperienze spirituali e da qui sono partite riforme religiose che hanno fatto la storia dell’Occidente. Si ricordino i nomi di due “giganti dello spirito” come San Benedetto e San Francesco. Non è un caso se si contano più di 100 eremi che hanno oltre mille anni, collegati da oltre 3.000 km di sentieri. Sentieri e luoghi percorsi e visitati da decine di migliaia di persone ogni anno. In questo caso la tribù è di tipo transitorio, ma con numeri in forte crescita e il trekking ha dimostrato una grande capacità di trainare lo sviluppo di molte aree montane in Italia e all’estero. L’idea è quella di seguire la via dei sentieri dello spirito, contribuendo a rafforzare movimenti già avviati in modo spontaneo da anni: tracciare i sentieri con sistemi di GPS e portare la connessione alla Rete anche in quota.

Ma anche lavorare sugli immobili, rendendo sicuri e funzionali alcuni eremi, con sistemi simili a quello dell’home sharing. L’eremo potrebbe garantire un’accoglienza di base anche senza essere presidiato e i visitatori sarebbero tracciati e quindi responsabili, mediante la prenotazione e l’accesso con la loro carta di credito.

  1. Gli emigrati di ritorno: la rete commerciale dell’Appennino

Sono tantissime le persone che, dopo una vita di lavoro nelle grandi città in Italia e all’estero, hanno deciso di rientrare nel loro paese d’origine: si tratta in molti casi di persone ancora potenzialmente attive, con buone competenze e con un reddito garantito, che si sommano ai tanti residenti pensionati.

Dalle interviste effettuate è emerso un potenziale non ancora pienamente sfruttato, certo in circostanze eccezionali come quelle di questo ultimo anno, hanno dato un contributo prezioso, ma ci si chiede se non potrebbe essere incanalato meglio. Chi ha lavorato fuori per tanti anni ha conoscenze professionali e linguistiche, nonché relazioni umane, che difficilmente possiede chi è sempre vissuto in un piccolo centro. Allora perché non affidare loro, con l’aiuto delle tecnologie, la “rete commerciale” di ciò che offre l’Appennino? Con poco sforzo, e un impegno non gravoso, potrebbero curare le vendite dei prodotti locali e dei pacchetti turistici.

I partner

Da quanto detto emerge un progetto ampio e a geometrie variabili, in grado di far leva sul sentimento di solidarietà per le aree terremotate, ma anche sull’ambizione collettiva di salvare un’area cruciale dell’Italia. Concretamente si tratta di assistere le tribù nella realizzazione dei progetti, mettendoli in contatto con i partner necessari, aziende private cui offrire non solo visibilità in un grande progetto sociale e di sviluppo, ma anche reali possibili investimenti.

La vera novità e forza del progetto sta nel coinvolgere soggetti privati in un’azione di responsabilità sociale, o direttamente o come sponsor “tecnici”. Aziende del mondo dell’edilizia, dell’arredamento, dell’alimentare, della zootecnia, del termosanitario, della commercializzazione di prodotti di nicchia, e imprese che siano in grado di trasferire competenze e di inserire le tribù in filiere nazionali ed internazionali. Un esempio è il progetto che riguarda gli allevatori delle vacche nutrici, che devono essere guidati dai grandi allevatori di vitelli da carne e dai produttori di latte della pianura Padana.

La conferenza programmatica

“Se risorge l’Appennino, risorgono anche le aree terremotate!” è lo slogan che racchiude tutta la filosofia dell’intervento e sarà il punto focale di una conferenza programmatica che sarà organizzata a fine ottobre 2017. In tale appuntamento saranno coinvolti prima di tutto le tribù, o meglio i loro rappresentanti, ma soprattutto le imprese a cui proporre un’assunzione di responsabilità.

Sono già state avvicinate Granarolo per il progetto delle vacche nutrici, Ferrero per le nocciole, Hurry e Mapei per il progetto dell’Home Sharing. Federcasse-BCC è il partner bancario.

Molti altri verranno coinvolti e in una logica privatistica potranno accettare o declinare, aggiungere idee o rigettare quelle proposte, ma il tutto in una logica di collaborazione.

Forse, per la prima volta in Italia, ci sarà l’occasione per mettere a sistema aspetti di ricostruzione tradizionale, idee pubbliche di promozione, iniziative private con il partenariato di grandi gruppi industriali.

 

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