Giacomo Becattini, 1995: ‘Piccole imprese e distretti industriali’

Dedicata ai distretti industriali perno della nostra economia, è la prima lezione di Economia Marche tenuta da un docente italiano: si tratta del professor Giacomo Becattini, presidente della Società Italiana degli Economisti.

Nato a Firenze nel 1927, insegna Economia Politica in quella Università, è considerato uno dei maggiori economisti italiani. Conosce le Marche (è anche autore di una monografia sull’industria dei mobili di Pesaro, 1961) e con Fuà è studioso dei sistemi territoriali di piccole imprese e dello sviluppo locale.

A partire dai suoi studi sull’economia toscana e sul pensiero economico di Marshall, è diventato punto di riferimento per lo studio del distretto industriale.

Nella sua analisi, il professor Becattini ha tracciato una breve storia del tumultuoso sviluppo economico vissuto dall’Italia dopo la Seconda Guerra Mondiale, soffermandosi sulle dinamiche alla base del “Miracolo Economico” e sul significato concreto del termine Made in Italy.
Becattini ricorda come nel 1946 in pochi avrebbero scommesso su una rapida ripresa dell’Italia, che appariva semmai come un Paese con “un grande futuro alle spalle“, quasi in via di sotto-sviluppo, spaccato com’era dalle divisioni della guerra civile e dalle devastazioni materiali della guerra, da un diffuso disprezzo delle leggi e da una divisione Nord-Sud sempre più profonda.
Inaspettatamente, il sistema economico italiano si avviò invece su una china ascendente, che negli anni tra il 1958 e il 1963 prese dimensioni tali da poter veramente essere definite miracolose, con tutte le principali grandezze economiche che crescevano annualmente a tassi compresi tra il 9 e l’11%.
Quali spiegazioni possibili? Becattini ne indica diverse, tratte dalla letteratura ma riviste alla luce dei suoi studi:
– L‘abbondanza di manodopera a basso costo, grazie alla enorme riserva di disoccupati urbani e sotto-occupati agricoli, che garantiva al nostro export un significativo vantaggio competitivo: l’Italia dell’epoca può apparire come un caso da manuale tratto dalle pagine di Marx o di Kindleberger, in cui la crescita della produttività si riversava sui profitti, permettendo di alimentare nuovi investimenti, mentre le merci trovavano il loro sbocco naturale grazie alle politiche liberoscambiste del Mercato Comune e degli USA.
-L’esplosione di imprenditorialitàdal basso“, dal mettersi in proprio di ex operai, artigiani, mezzadri, generata dalla caduta del Fascismo e dallo sblocco repentino di una mobilità sociale in precedenza impensabile: la “spallata” data dalla sconfitta al vecchio ordine sociale permetteva all’economia di valorizzare pienamente l’apporto di lavoratori qualificati in precedenza compressi dall’autoritarismo, dal corporativismo e dalle differenze sociali.
-Un insieme di decisioni politiche e imprenditoriali azzeccate, che crearono l’infrastruttura materiale su cui poggiare la crescita: dall’adesione ai movimenti internazionali di libero scambio al Piano Sinigaglia su cui si fondò la nostra metallurgia, dalla “via italiana alla motorizzazione” seguita dalla FIAT di Valletta, dalla nascita dell’ENI di Enrico di Mattei al Piano Fanfani per l’edilizia popolare.
-Una opposizione politica e sindacale responsabile, in grado di veicolare lo scontro politico nell’alveo della democrazia e di costruire una diffusa buona amministrazione;
Tra tutti questi fattori, il meno valorizzato dalla ricerca è stato quello della crescita impetuosa di una nuova imprenditoria, che rese le piccole e medie imprese un fenomeno di massa: è curioso notare che questa esplosione avvenne nel contesto di una ecatombe di aziende artigiane e di piccoli laboratori tradizionali. Al Sud, queste lavorazioni non riuscirono più a risollevarsi, e la manodopera qualificata prese la via delle grandi fabbriche del Nord. Dal Centro in su, i piccoli produttori furono invece in grado di fare un salto dimensionale e di mettersi  in proprio, costruendo nuove aziende.
La scienza economica del tempo non tenne traccia di quanto stava accadendo: troppo forte era ancora l’enfasi sulle grandi fabbriche e le grandi produzioni in serie, per accorgersi della crescita incredibile dei nuovi distretti industriali , al punto che ancora nel 1970 l’Italia Centrale , che di  lì a breve sarebbe stata studiata da Fuà come parte del modello NEC, era ancora considerata nel dibattito pubblico un territorio bisognoso di aiuti. Questa convinzione era del resto radicata anche nei Paesi europei competitori dell’Italia, che rimasero impreparati all’ascesa delle produzioni dei nostri distretti.
Purtroppo, questa negligenza teorica provocò purtroppo anche danni, in particolare all’economia del Mezzogiorno: vittima di queste illusioni di gigantismo industriale, la programmazione pubblica creò le famose “cattedrali nel deserto“, a bassa redditività e basso impatto occupazionale, anzichè sostenere i settori di attività tipici del Sud, l’artigianato, il turismo e l’agricoltura, permettendo alle piccole imprese dei distretti centrali di soppiantarle quasi interamente sul mercato.
In questo contesto, che cosa possiamo definire come Made in Italy? E’ necessario uscire dalla visione unilaterale diffusa dalla stampa, e che si concentra su produzioni che rappresentano lo “stile di vita” italiano, per abbracciare l’insieme di mercati e produzioni in cui i nostri distretti industriali si sono posizionati come leader, dall’arredo-casa alla meccanica.
La chiave del nostro successo, il nerbo del nostro sforzo di esportatori e produttori, nell’analisi di Becattini, restano quindi proprio i distretti: sono loro a produrre il 43% dei beni esportati dal nostro Paese nel 1996, e sempre loro a conquistare nicchie di mercato che, seppur più competitive e meno solide di quelle delle grandi produzioni, ci vedono come leader mondiali.
A sostenere la crescita di queste aggregazioni territoriali di imprese, è la loro capacità di costruire relazioni che ne arricchiscono la cultura aziendale: negli anni ’70 in cui il fordismo era ancora l’orizzonte centrale degli studi economici ma dove i mercati dei beni essenziali erano già saturi, i canali commerciali italiani erano già vocati a una forte specializzazione e personalizzazione, grazie all’interazione costante con consumatori raffinati, e con centri di ricerca e segmenti della società civile.
La sensazione è che l’interazione con la comunità sia stata il vero vantaggio competitivo dei nostri distretti, che ha permesso loro di qualificare la manodopera e l’offerta: politiche di sostegno e di innovazione delle filiere produttive italiane dovranno quindi giocoforza lavorare sul rafforzare proprio le comunità locali, l’humus su cui i distretti industriali hanno potuto crescere.