Giacomo Becattini e i distretti industriali

Giacomo Becattini studioso dei distretti industriale

Sabato 21 gennaio 2017, si è spento il professor Giacomo Becattini, assieme a Giorgio Fuà uno dei massimi studiosi dello sviluppo dei distretti industriali italiani.

Da docente presso gli atenei di Firenze e di Siena, era partito da una riflessione sull’evoluzione del distretto industriale di Prato: il suo interesse era definire i punti di forza e debolezza, e le caratteristiche specifiche, di questo modello così tipico del nostro Paese e in particolare di quella “Italia di Mezzo“, “Terza Italia“, che andava colmando il gap con le zone di più antica industrializzazione.

Usando una fortunata metafora, quella del calabrone che non dovrebbe poter volare ma ci riesce comunque, Becattini aveva cercato di descrivere i fattori alla base dell’imprevista ascesa dei distretti industriali. Nel suo sguardo di esperto di sviluppo locale, Becattini era stato sorretto anche dalle sue capacità come storico del pensiero economico, e in particolare di Alfred Marshall, primo teorico del distretto industriale.

Il distretto becattiniano

Partendo dal distretto marshalliano, preso dall’esperienza inglese e basato su una elevata specializzazione verticale e orizzontale, imprese piccole e bassa differenziazione del prodotto, Becattini aveva sviluppato una sua visione specifica dei distretti industriali italiani.

Se il distretto inglese era una semplice aggregazione di attività industriali e professionali di una stessa specie, localizzate all’interno della medesima area geografica, il distretto italiano come tipizzato da Becattini è imprescindibile da una comunità, che è un insieme di Storia, regole non scritte, valori condividi, e che influisce direttamente sulla produttività e la struttura del distretto stesso.

Il distretto nasce quindi dalla presenza contemporanea di una “comunità di persone […] e di una popolazione di imprese industriali [che] tendono a interpenetrarsi a vicenda“: la comunità è caratterizzata da un insieme di persone caratterizzate da forti valori condivisi, e che riportano informalmente questi valori anche nelle Istituzioni locali, nel loro funzionamento pratico.

Non si parla chiaramente di un distretto autarchico, dato che il distretto deve anzi coordinarsi strettamente con le reti di fornitori e clienti e attirare nuove professionalità per continuare a crescere: il distretto vive comunque una tensione alterna, tra attrazione di nuovi membri e loro integrazione nella società locale.

La “popolazione di imprese” è caratterizzata dallo specializzarsi dei suoi componenti in una o comunque poche fasi del processo di produzione tipico del territorio: parliamo di imprese che fanno parte dello stesso settore e che sono interdipendenti tra loro, filiere produttive integrate .

I lavoratori del distretto condividono una forte etica del lavoro e una ridistribuzione continua delle risorse umane, che mantiene il distretto concorrenziale e aumenta la specializzazione e la qualificazione della manodopera: gli imprenditori, a capo di imprese normalmente di piccole dimensioni, condividono spesso legami personali, e il distretto genera spesso figure di “imprenditore puro”,  osservatori attenti dei mercati mondiali e per questo in grado di approfondire in continuazione i modi in cui le potenzialità racchiuse nel tessuto storico del distretto possono portare a nuovi prodotti.

Al netto di alcuni problemi riconosciuti, come quello dell’accesso al credito, il distretto italiano secondo Becattini è un grado di gestire più efficacemente alcune situazioni, come l’introduzione graduale di nuove tecnologie.

Giacomo Becattini studioso dei distretti industriali

 

Piccole imprese e distretti industriali

La concezione becattiniana del distretto industriale è stata affrontata dallo stesso Professore nella nostra Lezione di Economia Marche del 1995, dal titolo “Piccole imprese e distretti industriali“.

Nella lezione, Becattini traccia una storia dell’ascesa dei distretti industriali italiani, nel quadro dell’affermazione della piccola e media impresa come fenomeno di massa: gli anni del Miracolo Economico derivano dal libero scambio, dalla massiccia disponibilità di manodopera e da scelte politiche azzeccate, come il Piano Sinigaglia, la nascita dell’ENI e il Piano Fanfani, ma anche da una esplosione di imprenditorialità, che spinge migliaia di artigiani, operai e contadini a costruire nuove imprese.

Per la manodopera qualificata italiana è l’occasione di essere finalmente valorizzata, ma in un contesto ancora culturalmente dominato dalla grande fabbrica fordista la via migliore per farlo è quella del mettersi in proprio, facendo leva sulla ricchezza di connessioni comunitarie e su canali commerciali raffinati e in grado di apprezzare la personalizzazione del prodotto.

E’ l’avvio di una storia imprenditoriale che conduce i nostri distretti a dominare nicchie di mercato importanti, non solo nei settori tradizionalmente associati al Made in Italy, ma anche nella meccanica.

Un processo che viene da lontano, ma che ancora negli anni ’70 viene trascurato da molti studiosi e dalla politica ufficiale, convinta che il Centro Italia sia ancora una zona bisognosa di aiuti allo sviluppo e che la via migliore per colmare il gap Nord-Sud sia importare la grande fabbrica anche nel Mezzogiorno, trascurando completamente le sue produzioni tradizionali.

Per approfondire, leggi il fascicolo di Economia Marche dedicato alla lezione del prof. Becattini.

Giorgio Fua studia lo sviluppo senza fratture dei distretti industriali delle Marche

Lo “sviluppo senza fratture”: Fuà e la via adriatica

La visione becattiniana del distretto, di cui lo studioso toscano sottolinea la natura “virtuosa“, si intrecca con le riflessioni di un altro attento studioso della realtà economica italiana, vista dall’osservatorio privilegiato dei centri studi di ENI e Olivetti: Giorgio Fuà.

Impegnato con passione nel promuovere lo sviluppo della sua regione di origine, Fuà aveva lanciato nel 1967 l’ISTAO, Istituto Adriano Olivetti, una scuola di management per preparare i quadri delle imprese marchigiane, ed era già dal 1959 il motore dietro la nascita della Facoltà di Economia dell’Università di Urbino, distaccata ad Ancona, nucleo originario della futura Università Politecnica delle Marche.

L’economista marchigiano, studiando l‘industrializzazione ritardataria della propria regione, era passato da una impostazione tradizionale, basata sulle grandi città e le grandi fabbriche accentrate, all’innovativa visione di uno “sviluppo senza fratture“: «imprese autoctone, prevalentemente piccole, ampiamente diffuse sul territorio, intimamente collegate con l’ambiente della campagna e delle piccole e medie città», raccolte in una costellazione di centri di tradizione artigianale dal punto di vista produttivo e democratica ed efficiente dal punto di vista amministrativo.

Se in una fase iniziale potevano prevalere la crescita grazie ai bassi salari e alla”furberia“, ben presto il rapporto con i mercati esterni spingeva verso soluzioni più tecnologicamente avanzate e verso una personalizzazione fortissima del prodotto, vero punto di forza.

Fuà manteneva comunque uno sguardo attento alla “frontiera alta” dello sviluppo industriale, sottolineando la necessità di sostenere l’apprendimento e le capacità complessive del sistema industriale e imprenditoriale, superando i limiti dati dal fattore O-I (organizzativo e imprenditoriale).

In particolare, a partire dall’investimento in fattori immateriali e nell’internazionalizzazione dell’impresa, anche i distretti industriali possono vedere la crescita di realtà medie e grandi, ampliando le prospettive del distretto stesso.

Il ripensamento di Fuà nacque in parte dagli studi di Becattini, e in parte da quell’insieme di studi sull’economia delle Marche promosso dalla Fondazione Aristide Merloni e che sarebbe poi sfociato nel convegno sulla Via Adriatica allo Sviluppo. Introdotta dalle relazioni di Valeriano Balloni, economista, Massimo Paci, sociologo, e Suzanne Berger, scienziata politica, la discussione che si tenne ad Ascoli Piceno il 19 Novembre del 1978 coinvolse anche economisti e politici di livello nazionale, come Giorgio La Malfa e Nino Andreatta.

Dal convegno emerse una riflessione a tutto tondo sulle caratteristiche che lo sviluppo industriale italiano andava assumendo, spostandosi dal tradizionale Triangolo Industriale verso la fascia adriatica e il Mezzogiorno: era la conferma che questo angolo di Italia aveva vissuto un processo di sviluppo distinto da quelli tradizionali, fondati sulla natura disruptive dell’imprenditorialità, uscendo dall’arretratrezza con rotture meno pesanti rispetto al contesto produttivo e sociale tipico di quelle zone.

Per approfondire, scarica l’articolo del professor Donato Iacobucci su Realtà Industriale

 

Valeriano Balloni, studioso distretti industriali, ISTAO e Fondazione Merloni

Valeriano Balloni

Il modello Becattini e il modello Fuà a confronto

Quali differenze, dunque, tra l’approccio di Becattini allo studio dei distretti industriali e quello di Giorgio Fuà e della Scuola di Ancona?

Se fino alla fine il professor Becattini rimase fortemente legato alla teorizzazione del distretto industriale, si percepisce nel lavoro di Fuà e dei suoi allievi e continuatori una maggiore attenzione rispetto alle criticità del modello, in particolare rispetto ai limiti dimensionali e alla necessità per i distretti di diversificare i propri percorsi di sviluppo territoriale.

Questa stessa impostazione è alla base del lavoro di ricerca della Fondazione Aristide Merloni, a partire dalla teorizzazione della Via Adriatica allo Sviluppo fino alla nascita della Classifica delle Principali Imprese Marchigiane.

Entrambi gli approcci partono dal riconoscimento del ruolo di propulsore avuto dalla “esplosione di imprenditorialità” post-bellica, ma se Becattini ricollega i distretti all’approccio marshalliano, aggiornandone i contenuti, Fuà ritiene più adeguato il termine di “sistema di piccole imprese“, argomentando che questo possa meglio tenere insieme le numerose casistiche emerse nel nostro Paese rispetto all’organizzazione territoriale della produzione.

In Fuà molto forte rimane la consapevolezza del fattore O-I, organizzativo-imprenditoriale, e il distretto industriale viene visto non necessariamente come la forma adeguata di sviluppo territoriale per questi territori, da difendere e valorizzare. Si tratterebbe piuttosto della forma storicamente data del loro sviluppo, il risultato concreto dell’interazione tra la domanda, la tecnologia disponibile, i fattori organizzativi-imprenditoriali presenti e le specifiche caratteristiche sociali, inclusi i fattori di arretratezza, delle regioni NEC (Nord-Est-Centro).

Non è quindi necessaria nè la nascita di una grande impresa nè la creazione di un tessuto di micro e piccole imprese, per determinare lo sviluppo di un territorio: a fare la differenza è il miglioramento progressivo del fattore O-I delle imprese: processi di apprendimento, crescita e innovazione interni all’impresa, e che possono favorire a loro volta la crescita di un know-how territoriale.

Per approfondire, scarica l’articolo di Donato Iacobucci e Valeriano Balloni sui distretti industriali

 

Una ricerca che continua

Nel dire addio al Professor Becattini e nel ricordare il suo impegno intellettuale, la Fondazione Aristide Merloni guarda al futuro delle comunità sociali e produttive della nostra regione: il nostro sarà uno sforzo di ricerca che non potrà non continuare, per aiutare il sistema imprenditoriale e sociale a reggere le sfide dell’economia globalizzata, della trasformazione tecnologica e della ricostruzione post-terremoto.