L’istruzione obbligatoria da portare a 18 anni

Articolo del nostro coordinatore scientifico, prof. Donato Iacobucci, pubblicato sul Corriere Adriatico del 13/09/2017

 

Il mese nel quale riprende l’attività scolastica (per le Marche la data ultima è il 15 settembre) si è aperto con l’ennesima notizia poco confortante per il nostro paese e per il sistema dell’istruzione. La percentuale di giovani italiani che non prosegue gli studi oltre quelli dell’obbligo è leggermente aumentata nell’ultimo anno. A ciò si somma la riduzione, osservata nell’ultimo decennio, della percentuale di diplomati che prosegue verso l’università. Questo implica che sarà più difficile recuperare il rilevante divario che esiste fra il nostro paese e la media dell’UE nella quota di persone in possesso dell’istruzione terziaria, cioè al livello della laurea.

Vale la pena di ricordare che nella strategia di Europa 2020 la UE si è prefissata come obiettivo una percentuale di persone fra i 30 e i 34 anni in possesso di una laurea pari al 40%. A fine 2016 la media della UE era già molto vicina all’obiettivo (39,1%). La gran parte dei paesi del nord Europa è già oltre tale percentuale e nel 2016 ha già raggiunto il target anche la Spagna.

L’Italia è al penultimo posto con il 26,2%; un valore superiore solo a quello della Romania (25,6%). In questo indicatore le Marche avevano a fine 2016 un valore del 32,3%, decisamente più alto della media italiana ma ancora distante dalla media UE.

Che il target fissato dalla strategia europea fosse irraggiungibile per il nostro paese era scontato. Ciò che non è accettabile è che ci si avvicini con eccessiva lentezza o che addirittura si arretri. Altri paesi che come l’Italia partivano da percentuali molto basse stanno facendo passi da gigante.

Fra il 2002 e il 2016 la percentuale di laureati nella fascia di età fra i 30 e i 34 anni è passata del 12,6 al 32,8% nella Repubblica Ceca, dal 14,4 al 33,0% in Ungheria, dal 14,4 al 44,6% in Polonia. Il nostro paese non può permettersi tentennamenti in questo ambito.

Per tale ragione non si può che essere d’accordo sulle misure che puntano ad elevare il livello di istruzione, come la recente proposta di elevare l’obbligo scolastico a 18 anni; o sull’introduzione di forme di sperimentazione dei cicli scolastici, come l’accorciamento a quattro anni della scuola secondaria.

Queste misure di carattere generale rischiano però di risultare poco efficaci se non sono accompagnate da un più deciso investimento nelle attività di orientamento e di sostegno al fine di ridurre il fenomeno della dispersione e dell’abbandono scolastico. Anche in questo caso la UE ha fissato degli obiettivi: avere una percentuale di giovani che non proseguono oltre la licenza media inferiore al 10%.

In questo ambito sono importanti anche gli interventi su scala locale e regionale. La Regione Marche è stata fra la prime a dotarsi di linee guida per il coordinamento delle attività di orientamento ed aveva raggiunto l’obiettivo europeo del 10% già nel 2015. Nell’ultimo anno la tendenza alla riduzione si è arrestata, al pari di quanto avvenuto in Italia.

E’ un segnale da leggere con estrema attenzione. E’ un ambito nel quale occorre investire di più e con maggiore convinzione poiché il ‘danno’ derivante dal mancato investimento in capitale umano è rilevante e non facilmente riparabile in futuro. Al pari di quanto avviene a livello europeo, occorre porsi obiettivi specifici e monitorare il loro raggiungimento.

I modelli per rendere maggiormente efficace le azioni di prevenzione della dispersione scolastica non mancano. Si tratta di definire con maggiore accuratezza i profili dei soggetti a rischio e mettere in atto strategie di prevenzione già dalla scuola media, dove quasi sempre si manifestano le difficoltà all’origine della dispersione successiva. E’ inoltre fondamentale curare le attività di orientamento nella fase critica di passaggio alla scuola superiore.

E occorrerebbe un più deciso e sistematico intervento per il diritto allo studio, volto a sostenere i giovani che provengono da famiglie a basso reddito.

L’intervento delle istituzioni non è però sufficiente. Occorre contemporaneamente agire per aumentare la propensione delle famiglie ad investire nell’istruzione.

La spiegazione della scarsa propensione delle famiglie italiane ad investire nell’istruzione non è semplice e rimanda a fattori culturali, sociali ed economici. Sull’arretramento osservato negli ultimi anni hanno pesato soprattutto le difficoltà associate al periodo di crisi. Ma vi sono anche fattori di natura strutturale.

Le famiglie italiane non sembrano percepire con sufficiente evidenza i vantaggi associati ad un più elevato livello di istruzione dei loro figli. Ritengono che sia più conveniente iniziare a percepire da subito redditi meno elevati piuttosto che investire per ottenerne di maggiori in futuro.

E’ un errore, poiché l’investimento in capitale umano è fra quelli che consente i maggiori ritorni finanziari, anche in un paese, come l’Italia, che non premia a sufficienza il talento e il merito scolastico.

 

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