Quei fondi a pioggia per le imprese che non fanno sempre bene

Il rapporto sull'imprenditorialità 2016: formazione e startup

Articolo del nostro coordinatore scientifico, prof. Donato Iacobucci, pubblicato sul Corriere Adriatico del 20/09/2017

 

Lo scorso 10 settembre su questo giornale (n.d.R: il Corriere Adriatico) è comparsa una pagina a cura di un’associazione degli
artigiani nella quale si annunciava «una pioggia di euro sulle imprese».

La «pioggia» è il risultato di alcuni bandi emanati nelle scorse settimane dalla Regione Marche, destinati al sostegno finanziario delle
imprese in tre ambiti: il miglioramento delle strutture ricettive, la riqualificazione delle attività commerciali e il sostegno all’innovazione.

L’espressione “meteorologica” utilizzata dall’associazione è senz’altro efficace per suscitare l’interesse delle imprese. Suona, invece, problematica per chi volesse considerare l’efficacia di tali provvedimenti. Gran parte del discredito di cui gode la politica industriale nel nostro paese è dovuta proprio alla tradizionale preferenza per gli interventi «a pioggia», a lungo criticati per essere più strumenti di consenso politico che efficaci interventi di politica industriale.

Con l’istituzione delle Regioni gran parte delle competenze in materia di politica industriale sono passate [a questi enti]. Negli ultimi anni queste ultime hanno ricevuto ben poche risorse dallo Stato centrale per tali politiche ma hanno potuto sfruttare a tale scopo i fondi europei.

I tre bandi prima menzionati utilizzano risorse europeee[, e] sono rivolti ad elevare la qualità dell’offerta e la capacità competitiva delle imprese regionali. Si tratta di obiettivi senz’altro condivisibili: la capacità competitiva delle nostre imprese è sempre più dipendente dalla qualità delle produzioni e dalla capacità innovativa.

La questione è se la tipologia degli interventi messi in campo siano quelli più adatti a produrre gli effetti desiderati sul reddito e sull’occupazione.

Tenuto anche conto che essi vanno a sovrapporsi ad una serie di misure agevolative già in atto a livello nazionale (gli incentivi del piano Industria 4.0). Con riferimento agli interventi per la ricerca e l’innovazione, la strategia dell’Unione europea (Europa 2020) ha messo l’accento sulla selezione e la concentrazione dell’intervento pubblico, piuttosto che sugli interventi «a pioggia».

Ne è espressione la strategia della Smart Specialization utilizzata per l’allocazione dei fondi strutturali europei. Per l’ultimo periodo di programmazione, 2014-2020, la Ue ha chiesto alle Regioni di individuare specifici ambiti di specializzazione sui quali concentrare le risorse a disposizione.

La concentrazione in specifici ambiti e progetti è la condizione per poter ottenere risultati efficaci e di lungo periodo piuttosto che il mero sostegno
al reddito nel breve periodo. Sono numerosi gli esempi di Regioni europee che hanno utilizzato in modo selettivo i fondi a disposizione con l’obiettivo di creare nuovi cluster tecnologici e incidere in modo consistente sulle caratteristiche dell’offerta e della capacità innovativa delle imprese.

In Italia le Regioni sembrano essere maggiormente prudenti e continuano a preferire i tradizionali interventi «a pioggia» piuttosto che impegnarsi in grandi progetti.

Non credo che ciò dipenda dall’assenza di coraggio o di idee da parte dei policymaker. Piuttosto sembrano mancare le condizioni generali.

Concentrare le risorse in grandi progetti richiede capacità di collaborazione fra soggetti pubblici e privati in un quadro di condivisione delle strategie di lungo periodo. Richiede anche un consenso diffuso da parte della collettività, nella convinzione che favorire specifiche aree e soggetti nel breve periodo porterà benefici all’intero territorio nel lungo periodo.

Si tratta di condizioni difficilmente presenti nel nostro paese, se consideriamo l’elevato tasso di litigiosità fra le forze politiche e l’esasperato campanilismo territoriale. Più in generale, è carente il livello di fiducia dei cittadini verso le istituzioni, che dovrebbero farsi promotrici e garanti dei progetti.

In queste condizioni la manutenzione dell’esistente è più semplice che investire con decisione sul nuovo.

È un peccato, poiché dopo la crisi dell’ultimo decennio il sistema produttivo del nostro paese (e della regione) avrebbe bisogno di capacità di visione e di cambiamenti radicali.

Scarica l’articolo del Corriere Adriatico20 settembre 2017 fondi europei