Grandi imprese e vision, il vero problema aperto

Grandi imprese e piccole imprese hanno bisogno di vision: con Varvelli qualità degli imprenditori

La nuova edizione del rapporto GEM (Global Entrepreneurship Monitor) ha mostrato le difficoltà del nostro Paese nel stimolare lo spirito imprenditoriale e la nascita di nuove imprese.

Nel dibattito pubblico italiano, la questione è stata spesso posta in termini di contrapposizione tra grandi imprese efficienti e piccole imprese inefficienti, o viceversa tra piccole imprese più dinamiche e grandi imprese troppo lente a cogliere le sfide del cambiamento.

In questo contributo, pubblicato in versione integrale lo scorso 31 Gennaio sul Corriere Adriatico, il professor Donato Iacobucci, coordinatore dell’area economica della Fondazione Aristide Merloni, cerca di superare questa contrapposizione, sottolineando la complementarietà tra le diverse dimensioni d’impresa, e rimettendo al centro del discorso l’elemento della visione imprenditorale: un tassello di quella educazione ad essere imprenditori, educazione all’imprenditorialità, che è centrale nella riflessione del GEM e anche della Fondazione Aristide Merloni, che alle qualità culturali e personali necessarie alla crescita di un’azienda ha dedicato il suo percorso formativo Missione Impresa.

 

Imprenditorialità: dalla dimensione alla visione

Una recente analisi di Confartigianato e CNA regionali sull’export delle Marche ha evidenziato risultati negativi, rispetto al dato medio nazionale, chiamando in causa soprattutto il fattore organizzativo: le imprese marchigiane risulterebbero essere poco managerializzate e troppo piccole per affrontare i mercati esteri.

Trovo interessante che questa conclusione provenga da organizzazioni che associano e sostengono prevalentemente piccole imprese. Troppo spesso in Italia il tema della dimensione d’impresa è posto in modo inappropriato, come contrapposizione fra piccole imprese e grandi imprese: in realtà un sistema produttivo, per essere competitivo, ha bisogno sia di piccole sia di grandi imprese.

Come dimostra il caso dell’internazionalizzazione, ma lo stesso vale anche per la ricerca e sviluppo, un sistema basato esclusivamente sulle piccole imprese, per quanto ben organizzate e sostenute, non è in grado di sostituirsi alle grandi imprese. Piccole imprese e grandi imprese sono entrambe essenziali poiché giocano ruoli diversi; ed è importante tenere conto di questa diversità quando si discute se siano maggiormente rilevanti le piccole o le grandi imprese.

Nel caso delle piccole imprese non è la singola impresa che conta ma la dinamicità del sistema nel suo complesso, associata ai processi di entrata e uscita delle imprese e alla crescita di alcune di esse (normalmente poche). Maggiore è il turnover e maggiori sono i benefici per il sistema economico, legati a tre effetti: a) la pressione all’efficienza, poiché i nuovi entranti buttano fuori dal mercato i meno efficienti; b) l’attivazione e sperimentazione di nuove energie imprenditoriali; c) l’introduzione di innovazioni.

Questo ruolo delle piccole imprese è importante in tutti i sistemi economici.

Gli StatiUniti, che sono per antonomasia considerati il paese della grande impresa, sono in testa alle statistiche internazionali per tassi di natalità imprenditoriale ed hanno un sistema di piccole imprese estremamente dinamico ed efficiente. In Italia, che consideriamo la patria delle piccole imprese, i tassi di natalità imprenditoriale sono tra i più bassi fra i paesi avanzati.

Il problema italiano non è l’eccessivo numero di piccole imprese: possiamo anzi augurarci che il loro numero cresca ulteriormente, soprattutto in alcune aree del paese.  Il problema è lo scarso peso, quando non proprio l’assenza, delle grandi imprese.

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Dai distretti industriali alla grande impresa

Queste ultime svolgono un ruolo essenziale, associato alla qualità e alla continuità delle strutture organizzative: una continuità essenziale per proteggere e valorizzare gli investimenti, soprattutto quelli nei fattori immateriali: i marchi, ilcapitale umano e organizzativo, le attività di ricerca e sviluppo, il controllo della supply chain.
Questi investimenti presentano economie di scala ed effetti soglia e hanno senso economico solo in ottica di lungo periodo. Possono quindi essere effettuati da imprese grandi che garantiscono la continuità degli assetti organizzativi.

L’esiguo numero di imprese di grande dimensione nel nostro Paese è quasi imbarazzante quando ci confrontiamo con i principali paesi industrializzati.

Ed è una carenza che si è accentuata negli ultimi decenni.  A ciò ha forse contribuito anche una certa ‘retorica’ dei distretti industriali, secondo la quale un sistema ben organizzato di piccole imprese avrebbe potuto supplire alla carenza di grandi imprese.
Da questa retorica era sicuramente lontana la riflessione di Giorgio Fuà che nelle sue analisi ha sottolineato non solo le virtù ma anche i limiti della piccola dimensione, legati in primo luogo alla scarsa qualità del fattore organizzativo e imprenditoriale. Lo stesso fattore richiamato nell’analisi di Confartigianato e CNA.

Tuttavia, oltre alla qualità del fattore organizzativo-imprenditoriale rimane il fatto che il principale ingrediente per avere grandi imprese è la visione.

È recente la notizia della scomparsa di Ingvar Kamprad, fondatore di Ikea: alla fondazione di Ikea nel 1943 Ingvar Kamprad era un piccolissimo imprenditore, ma capace di sviluppare nel tempo una grande visione.

Abbiamo bisogno di un contesto più favorevole alla crescita delle imprese ma anche di un numero maggiore di imprenditori con grandi visioni.

 

Scarica l’articolo di Donato Iacobucci sul Corriere Adriatico del 31 Gennaio