L’affermazione del merito e quel ritardo incolmabile

L’affermazione del merito e quel ritardo incolmabile

Articolo del professor Donato Iacobucci, coordinatore della Fondazione Aristide Merloni, pubblicato sul Corriere Adriatico del 06 Giugno 2018

Lunedì scorso ho partecipato alla cerimonia di consegna delle borse di studio della Fondazione Aristide Merloni agli studenti meritevoli dell’Istituto di Istruzione Superiore Merloni-Miliani di Fabriano.

Le borse di studio sono assegnate esclusivamente sulla base della media dei voti. Trovo questa modalità particolarmente significativa in un paese nel quale il merito non è sempre adeguatamente riconosciuto e valorizzato.

È un’affermazione che sentiamo ripetere spesso anche se non è sempre chiaro perché sarebbe desiderabile una maggiore meritocrazia e in che modo questo obiettivo può essere raggiunto.

Un gruppo di ricercatori dell’Università Cattolica di Milano ha provato a misurare il grado con il quale un paese valorizza il merito dei propri cittadini; lo ha chiamato “meritometro”. L’indice è definito sulla base di sette indicatori: libertà, cioè insieme delle condizioni normative e istituzionali che determinano il grado di libertà degli individui e delle organizzazioni; pari opportunità, cioè le possibilità di accesso per donne e giovani alle posizioni di leadership; qualità del sistema educativo, al fine di garantire al maggior numero possibile di persone di sviluppare le proprie doti; attrattività per i talenti, ottenuta riconoscendo e valorizzando le capacità e le competenze dei singoli; rispetto delle regole e trasparenza nei meccanismi premianti; infine, ma non per questo meno importante, la mobilità sociale, cioè la possibilità di accesso ai gradi di istruzione superiore da parte dei meritevoli, anche se provenienti da famiglie prive di mezzi.

Dopo aver individuato gli aspetti che definiscono la valorizzazione del merito i ricercatori hanno provato a fornirne una misura per i principali paesi europei. Come era facile immaginare il nostro paese figura all’ultimo posto della graduatoria. Non è solo il posto in graduatoria a doverci preoccupare; è anche la distanza che ci separa dagli altri paesi.

Il valore dell’indicatore in Finlandia o in Svezia è quasi tre volte quello italiano.

Come tutte le definizioni e le misure di fenomeni complessi, anche quella del “meritometro” è suscettibile di critiche e perfezionamenti.

Tuttavia, è evidente che il ritardo accumulato dal nostro paese in questi ambiti è notevole e lo sperimentiamo quotidianamente. Il tema della mobilità sociale attraverso l’accesso all’istruzione è particolarmente rilevante; non solo perché sancito dalla nostra Costituzione, ma anche perché nell’economia della conoscenza è fondamentale assicurare che tutti i talenti individuali trovino possibilità di emergere ed essere adeguatamente valorizzati.

A tal fine occorrerebbe un’attenzione ben maggiore al problema da parte della politica e delle istituzioni e un deciso salto di qualità nelle risorse dedicate all’istruzione e al diritto allo studio.

Non bisogna però dimenticare che l’attenzione della politica è a sua volta funzione della sensibilità di ognuno di noi per questi temi.

Prima ancora delle modifiche legislative e degli investimenti occorre cambiare i comportamenti individuali. Ad esempio, da genitori dovremmo pretendere un po’ di più dai nostri figli piuttosto che lamentarci con la scuola o con gli insegnanti. E accettare che il merito e i risultati individuali debbono prevalere, sempre e comunque, sull’appartenenza familiare, politica o di altra natura.

Purtroppo in Italia il principale fattore che spiega i livelli di istruzione e la posizione professionale di un individuo continua ad essere il livello di istruzione e la professione dei genitori.

Ancor peggio, è una situazione che non sembra suscitare particolare scandalo e meritare particolare attenzione; ci siamo assuefatti al punto da considerarla normale.

Andrebbe invece drasticamente modificata. Non solo per una questione di equità e giustizia sociale (e di rispetto della Costituzione), ma per le conseguenze negative sull’efficacia e l’efficienza delle nostre organizzazioni, pubbliche e private.

Sarebbe come se le nostre squadre di calcio fossero formate in prevalenza da figli di calciatori, parenti e amici dei dirigenti, ecc. : il campionato italiano non sarebbe un bello spettacolo ma soprattutto sarebbe impossibile vincere partite fuori dai confini nazionali.

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