iGuzzini: aziende delle Marche e gruppi esteri, quali sfide?

Presentiamo un’analisi del nostro coordinatore, professor Donato Iacobucci, sull’acquisizione da parte della società Fagerhult di iGuzzini Illuminazione, annunciata lo scorso 15 ottobre, pubblicata sul Corriere Adriatico del 16 ottobre: l’acquisizione di iGuzzini è stata discussa anche all’interno della Presentazione della Classifica delle Principali Imprese Marchigiane.

Le governance da adeguare mettono la regione alla porta
Altro fattore dirompente: la velocità di crescita e il reperimento dei capitali

Un comunicato diffuso ieri (il 15 ottobre, N.d.R.) dall’Ansa alle 18.21 ha annunciato l‘accordo fra la svedese Fagerhult e la Fimag (la holding della famiglia Guzzini) per l’acquisizione del 100% delle azioni della iGuzzini Illuminazione. L’accordo prevede che il gruppo svedese avrà la possibilità di condurre una due diligence in esclusiva sulla iGuzzini Illuminazione in vista della definizione del contratto d’acquisto entro la fine dell’anno. Se l’operazione dovesse concretizzarsi – come sembra probabile – si tratterebbe dell’ennesimo passaggio di proprietà di un’impresa marchigiana ad un gruppo estero. Al pari di altri casi verificatisi negli ultimi anni la ragione principale non è dovuta ad una situazione di crisi ma a fattori che riguardano il posizionamento di mercato delle imprese e il loro modello di governance.

Il gruppo svedese

Il gruppo Fagerhult è uno dei principali gruppi europei nel settore dell’illuminazione con un fatturato 2017 di circa 500 milioni di euro. Più grande e diversificato della iGuzzini illuminazione ma non più di tanto, considerato che la società marchigiana ha chiuso il bilancio 2017 con un fatturato di 232 milioni. La differenza semmai è nella velocità di crescita poiché il gruppo svedese fatturava 250 milioni nel 2010 ed è cresciuto rapidamente attraverso l’acquisizione di imprese e marchi. Con l’acquisizione della iGuzzini illuminazione compirebbe un ulteriore importante balzo.

 

Non basta essere grandi

In molti mercati non basta essere grandi; occorre saper correre sfruttando le opportunità che si aprono nei mercati internazionali. Per farlo è necessario disporre di una forte leadership imprenditoriale ma anche di adeguate capacità organizzative e manageriali. E occorre, ovviamente, la capacità di mobilitare adeguate risorse finanziarie.

I limiti delle nostre aziende 

È su questi aspetti che possono essere individuati alcuni dei limiti delle nostre imprese: limiti che riguardano il modello organizzativo e di governance più che la dimensione per sé. Nel nostro paese, come noto, prevale un modello di impresa familiare fortemente chiuso e accentrato. Chiuso nella struttura proprietaria e accentrato nella gestione manageriale. Non sono infrequenti casi di imprese, anche di media o grande dimensione, nelle quali proprietà e gestione sono di fatto nelle mani di un solo imprenditore. Questo modello può avere dei vantaggi nelle prime fasi di sviluppo aziendali, poiché assicura continuità nella visione imprenditoriale, rapidità nelle decisioni e efficacia nell’azione di management. Presenta però notevoli rischi al crescere delle dimensioni aziendali e della complessità organizzativa; quest’ultima cresce inevitabilmente con l’innovazione, la diversificazione e l’espansione geografica.

Modifica della governance

La famiglia originaria può rimanere punto di riferimento ma i modelli organizzativi e di governance debbono essere necessariamente modificati. Il gruppo Fagerhult, per rimanere al caso in esame, è un gruppo quotato al Nasdaq di Stoccolma. Il principale azionista, con il 48% delle azioni è una finanziaria d’investimento (Investment AB Latour) a sua volta quotata alla borsa di Stoccolma e il cui principale azionista è la famiglia Douglas. In entrambi i casi si tratta di società governate da una struttura manageriale e dotate di modelli di governance moderni e compatibili con l’apertura al mercato. L’opposto di quanto avviene in molte delle nostre imprese, anche di media e grande dimensione.

Le marchigiane quotate

Le società marchigiane quotate al mercato principale di borsa Italia sono solo tre (Tod’s, Biesse ed Elica) e altrettante sono quotate all’AIM, il mercato per le medie imprese (Fintel, Clabo, e Gel). La quotazione in un mercato regolamentato significa innanzitutto un’accresciuta capacità di reperire finanziamenti esterni, sia di capitale di rischio sia di debito. Ma implica anche la necessità di dotarsi di più moderni e adeguati modelli di governance. Non si tratta di abbandonare il modello dell’impresa familiare, ma di stabilire più chiari rapporti fra proprietà e gestione e affidando quest’ultima a manager competenti. Per molte delle nostre medie imprese la vera sfida della crescita nei prossimi anni non sarà sui prodotti o sulle tecnologie ma sulla capacità di innovare l’organizzazione e il sistema di governance. L’alternativa è essere governati da altri.

 

Donato Iacobucci