Le stime di crescita del PIL e le Marche che arretrano

Il rapporto sull'imprenditorialità 2016: formazione e startup

Articolo del Coordinatore Scientifico della Fondazione Aristide Merloni, prof. Donato Iacobucci, pubblicato sul Corriere Adriatico del 23/01/2019

 

Il Bollettino economico della Banca d’Italia pubblicato la scorsa settimana ha rettificato al ribasso le stime di crescita del Pil per il 2019, dall’1% allo 0,6%.

Questa revisione al ribasso è stata determinata dal progressivo rallentamento della crescita osservato in diversi grandi paesi e dalla frenata registrata dall’economia italiana ed europea nella seconda metà del 2018.

 

Quale può essere la conseguenza di questo rallentamento sull’economia marchigiana?

L’impatto sarà sicuramente sensibile, data la dipendenza dell’economia regionale dal mercato interno e dai paesi dell’area euroVa anche ricordato che dal 2015 le Marche crescono meno della media nazionale, a sua volta inferiore alla media europea. L’ultimo dato disponibile del Pil regionale è relativo al 2017 e fa segnare un valore negativo (-0,2%) a fronte di un valore per l’Italia pari a+1,6%.

Peggio delle Marche nel 2017 c’è solo il Molise (-0,4%) mentre hanno segnato valori superiori alla media nazionale le tre locomotive manifatturiere: Lombardia, Veneto e Emilia-Romagna.

L’andamento negativo del PIL regionale nel 2017 è stato imputato alle conseguenze degli eventi sismici che hanno colpito alcune aree interne della regione nell’autunno del 2016.

 

Difficile però attribuire al terremoto il peso principale di questa performance negativa. Ciò per due ragioni. La prima è che essa si era già manifestata prima degli eventi sismici; nel 2015 il Pil regionale aveva segnato una variazione negativa di -0,6% a fronte di una crescita italiana del+0,9%.

La seconda ragione è che l’area più direttamente interessata dagli eventi sismici ha un peso contenuto sull’economia regionale, non tale da poterne determinare l’andamento generale.

 

Sembrano quindi esservi altri fattori di carattere strutturale che spiegano il differenziale negativo rispetto alla media nazionale manifestato dalla regione a partire dal 2015.

 

Se ed in che misura questi fattori continueranno a produrre effetti anche nel 2019 è difficile dire. Nell’anno appena trascorso si sono registrati segnali contrastanti.

Se consideriamo l’export il quadro che emerge è negativo: nei primi nove mesi del 2018 l’export regionale è diminuito del -2% rispetto allo stesso periodo del 2017 a fronte di una crescita media nazionale del +3,1%.

Segnali opposti arrivano, invece, dal mercato del lavoro: il tasso di disoccupazione è calato progressivamente nel corso del 2018 attestandosi al 7,2% nel terzo trimestre 2018.

Il valore è inferiore alla media nazionale ma superiore a quello delle tre locomotive manifatturiere (che sono intorno al 5%). Queste difformità di andamento danno un’idea di come sia diventato sempre più difficile interpretare i dati congiunturali ed estrapolarne previsioni di tendenza.

La difficoltà è innanzitutto legata alla crescente incertezza nella previsione dei principali aggregati macroeconomici.


A questa crescente incertezza si associa il fatto che i dati aggregati, siano essi riferiti al Pil, all’export o al mercato del lavoro, sono sempre meno significativi nel rappresentare l’andamento dell’economia di un territorio.

Nell’ultimo decennio si sono notevolmente accentuate le differenze di performance rispetto alla media; fra aree territoriali, settori e imprese.


Anche nel caso delle Marche a fronte del deludente andamento generale sopra richiamato non è difficile individuare imprese di successo o settori e aree in espansione.

Questo sta ponendo un rilevante dilemma al policymaker, nazionale e regionale, riguardo agli obiettivi delle politiche industriali. Esse possono essere indirizzate a colmare o contenere queste crescenti disuguaglianze; con il rischio,però,di un generale abbassamento del tasso di crescita. Oppure possono essere indirizzate a sostenere le imprese, i settori o le aree dalle quali ci si attende maggiore dinamismo; nella speranza che la loro crescita trascini anche il resto
dell’economia. E produca ricchezza sufficiente acompensare le difficoltà dei settori e delle aree in perdita.


L’ideale sarebbe quello di perseguire contemporaneamente i due obiettivi.

Scelta estremamente difficile. Dati i vincoli nelle risorse disponibili il rischio è di essere inefficaci su entrambi i fronti.