“La creatività è una scintilla per rinascere”: intervista a Francesca Merloni

«La creatività è una scintilla per rinascere»

Intervista a Francesca Merloni, ambasciatrice UNESCO per le Città Creative, di Maria Cristina Benedetti, pubblicata sul Corriere Adriatico del 07 Aprile 2019 e riportata dal sito della XIII UNESCO Creative Cities Conference, a cui la Fondazione Aristide Merloni parteciperò con le iniziative sulla rinascita dell’Appennino, e che si svolgerà a Fabriano dal 10 al 15 Giugno 2019.

 

Francesca Merloni in vista dell’evento internazionale organizzato a Fabriano da ambasciatrice dell’Unesco rilancia: «È un percorso che può portare del bene»

E tesse le lodi di Ancona: «Adoro la chiesa del Gesù, un abbraccio ai naviganti»

 

Francesca Merloni, la logica degli opposti, con eleganza. Terra e cielo, grande impresa e poesia. Si fa così, dice lei, perché «tutto ha la sua dignità: l’importante è la sincerità in ciò che origina il movimento».

È la verità, che dà senso a questa storia. La sua, con un dettato fondamentale: «Restituire all’esistenza e alla comunità le cose migliori che posso fare, che posso dare».

 

Il fine e il principio, la Fabriano delle sue origini.

 

Da epicentro economico e politico della regione a polo della creatività, ardita conversione che nasce dalla sua alleanza con l’Unesco. Quanto può valere per il futuro delle Marche?

«È il fluire della storia. Ed è questo che io posso fare per riconsegnare alla mia terra ciò che ho ricevuto. È come una scintilla: per nuove imprese, nuovi modi di stare insieme. Un percorso che può portare del bene. Ciò che propongo è un’apertura nel segno del rispetto, l’esatto contrario del turismo di massa».

Periferia. Ai tempi del dopoguerra l’innovazione passò di lì. Nell’era del post terremoto si può replicare la formula?

«Sì. Nel manifesto di Portonovo, scritto due anni fa dalla Fondazione Merloni e adottato dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura, si parlava di una rinascita sostenibile, di un nuovo modello per le aree interne».

Zone sul limite?

«Mi oppongo: sono spazi fertili, dove circolano energie poco addomesticate e mediate. La parola che manca, semmai, è la bellezza. Come ambasciatrice Unesco vedo tante città, mi vengono incontro col loro fascino e con i loro drammi. Serve più armonia».

Sembra il “senza fratture” di suo nonno Aristide.

«È l’evoluzione del suo pensiero, che ho sempre sentito vicino. Anche la rabbia delle periferie è feconda. Il centro, ogni centro, invece ha ormai perso l’identità dei luoghi».

Un padre fondatore, illuminista e mai padrone. Che lezione le ha trasmesso?

«Il suo sguardo sulle cose. È sempre come se le vedesse per la prima volta, tale da rendere tutto possibile. Ammirevoli la sua grinta, il suo non essere mai superficiale. È un ingegnere: smonta tutto e indaga i particolari».

La sua terra è la più riuscita prova d’autore. L’evoluzione delle Marche e la saga dei Merloni sono due linee che s’intersecano. Ancora?

«Lo spero. Non so se è una saga, per me è una famiglia che ha dato e ricevuto molto. Con il territorio sono state luci e ombre, di certo un rapporto complesso».

Facile o difficile stare dentro questo cognome?

«Non bisogna rimanerne prigionieri: è necessario fare qualcosa di proprio».

“Non c’è valore nel successo economico – era il motto di suo nonno Aristide -se non c’è anche l’impegno nel progresso sociale”. Converta l’idea in sua convinzione.

«L’ho sempre condiviso, con la consapevolezza di dover dare il mio contributo. Non è un caso se siamo a questo punto della storia, con queste carte in mano da giocare: non prima e non dopo. Ma c’è una sua frase che da sempre mi guida».

Può ricordarla?

«Altri verranno dopo di noi e saranno migliori di noi, ma c’è una cosa per la quale non vogliamo essere superati: nel modo con cui abbiamo servito la nostra terra».

Che lei trasforma in…

«Nel modo con cui abbiamo amato la nostra terra. In questo passaggio è racchiuso tutto il mio lavoro».

L’ambizione?
«Far percepire le Marche come una regione-città. Nella loro splendida interezza».

Ambasciatrice di buona volontà dell’Unesco e poetessa. Due aspetti della stessa attitudine?

«No. Essere ambasciatrice è un momento del mio cammino: ascolto le voci di fuori. Come poetessa ascolto quelle di dentro o l’altrove. Mi manca tantissimo la scrittura».

Di padre in figlia: da Fabriano al mondo e ritorno. Dal 10 al 15 giugno radunerà nella sua patria la rete delle 180 città Unesco che credono nella creatività come fattore strategico di sviluppo. L’aveva capito già Aristide?

«È riprendere il filo dello stesso discorso.Rivedo in me il coraggio e la visione di mio nonno. Organizzare questo evento da un’altra parte sarebbe stato molto più facile».

E invece, no. Fine e principio, sempre a partire dalle origini.

«L’Unesco non ne può più, tra un po’ mi cacciano. Ho squadernato tutto e ho insistito, fino a sfinirli, nel proporre il nostro senso di ospitalità e di meraviglia diffusa».

La grinta dei Merloni?

«Dev’essere così. Il progetto delle Città dell’Orsa l’ho dedicato a mio nonno che, come me, s’ispirava al Grande Carro. Per ricavare la mappa dei nostri luoghi creativi ho disegnato il perimetro della costellazione sulla carta geografica della nostra regione. Come in cielo, così in terra».

Suggestivo.

«L’11 giugno sarà la giornata delle delegazioni, con le visite, e alla sera un grande spettacolo a unirli tutti. Per l’occasione, i padiglioni diverranno scrigni di riflessione».

In quanti crede che lo capiranno?

«La gente mi sorpasserà».

L’Appennino ha ancora il suo karma nel terzo millennio?

«Assolutamente sì. Ho ascoltato il grido della sua gente e per me è una ferita aperta aver fatto ancora troppo poco per loro».

Tenti un’azione di recupero.

«Il 15 giugno chiuderemo con il forum dei sindaci dei territori fragili. Ma mi faccia dire del karma».

Prego.

«Passa attraverso la comprensione. Non possiamo fare di questa terra ciò che non è. Mai tradirla».

E qual è il ruolo di Ancona in una regione tanto policentrica?

«Avere il ruolo, al quale non può sottrarsi.Deve abbracciare, federare le altre città».

Per lei cosa rappresenta?

«La osservo con gli occhi di un’innamorata con il mare che le entra da tutte le parti e che non la isola mai. Adoro la sua chiesa del Gesù, sembra un abbraccio ai naviganti».

L’infinito: sulla linea d’orizzonte del mare o sulle creste dei suoi monti?

«È ogni cosa. Ma il mio infinito è nel mare, ogni volta che lo guardo».