Il pericolo frammentazione nei numeri positivi del vino

Articolo del coordinatore scientifico della Fondazione Aristide Merloni, prof. Donato Iacobucci, pubblicato sul Corriere Adriatico del 10 Aprile 2019.

 

Domenica [07 Aprile] si è aperta a Verona Vinitaly l’annuale fiera del settore vinicolo. L’Italia è il maggiore produttore mondiale di vino e il vino ha un peso rilevante nel nostro export agroalimentare. Ciò è anche il risultato dell’accresciuta la capacità di valorizzare la produzione agricola attraverso l’attività di trasformazione industriale, l’incremento della qualità e la reputazione dei marchi.Si pensi al successo riscosso negli ultimi anni sui mercati internazionali dal prosecco.

Come ampiamente documentato […] anche quest’anno la presenza di produttori marchigiani al Vinitaly è stata rilevante e qualificata, con 144 aziende rappresentate. Il dato relativo alla numerosità dei produttori non stupisce se consideriamo che uno dei principali elementi su cui le imprese fondano il proprio vantaggio competitivo è la differenziazione del prodotto; e quest’ultima è fondata sulla qualità e sul riferimento all’origine geografica.

Secondo la Federdoc, attualmente si contavano in Italia 118 vini con indicazione geografica tipica, 134 a denominazione di origine controllata e 74 a denominazione di origine controllata e garantita. Nelle Marche, come noto, sono presenti 20 vini Doc e 5 Docg.

A questo si sovrappongono le caratterizzazioni di provenienza proposte dai singoli produttori, che in qualche caso arrivano allo specifico podere. Nell’ultima indagine sul settore condotta da Mediobanca delle principali imprese italiane (168) è risultato un numero medio di 140 etichette per produttore, con una forte tendenza all’aumento negli ultimi anni.

La varietà del prodotto è una delle cause della numerosità delle imprese presenti nel settore. Situazione che si osserva anche a livello nazionale  con oltre 2.000 produttori. Il riferimento al luogo di origine continuerà a rimanere una caratteristica peculiare della produzione di vino nel nostro paese. Bisogna, però, anche essere consapevoli dei suoi limiti. Il primo, e più evidente, è dovuto al fatto che la parcellizzazione penalizza le possibilità di sviluppo, almeno in senso quantitativo. In molte produzioni agricole, e non solo il vino, si ha l’impressione che si stia esagerando in questa frammentazione. Il secondo limite deriva dal disorientamento che tale varietà può indurre nel consumatore, in particolare quello internazionale, che premia marchi e prodotti più facilmente identificabili.

Ma il limite principale della varietà emerge quando alla frammentazione produttiva si associa anche a quella commerciale. Nelle Marche solo tre imprese superano i 10 milioni di euro di vendite e una ventina superano il milione di Euro.

Situazione simile a livello nazionale. Le prime due imprese sono società cooperative con valori delle vendite rispettivamente di circa 600 e 300 milioni di euro, ma a superare i 100 milioni sono una ventina di imprese. Sembrano cifre rilevanti ma sono comunque di scarso rilievo sui mercati globali.

Pur essendo il principale produttore mondiale l’Italia presenta poche grandi imprese. Delle 59 imprese quotate a livello mondiale, considerate da Mediobanca nella sua analisi, vi sono solo 2 italiane, mentre compaiono 9 società cinesi (laCina produce un decimo del vino italiano), 7 francesi, 5 nordamericane, 4 cilene, 3 spagnole e 3 tedesche. Uno dei principali temi in discussione al Vinitaly di quest’anno è quello delle potenzialità del mercato cinese.

Questo mercato si prospetta con forti potenzialità di crescita nei prossimi anni ma presenta anche enormi difficoltà per i nostri produttori, in particolare quelli di più piccola dimensione. Lo sfruttamento di queste opportunità richiede, infatti, strutture commerciali e produttive adeguate. Né queste difficoltà sono diminuite con le possibilità di commercializzazione offerte da internet.

Al contrario, la rete favorisce la concentrazione dei canali commerciali, dominati da poche grandi piattaforme. La soluzione sarebbe quella di conciliare la varietà dell’offerta una gestione maggiormente accentrata della commercializzazione.

L’esperienza dimostra però che i nostri imprenditori molto difficilmente rinunciano alla loro autonomia. Per tale ragione è probabile che molte delle potenzialità che si intravedono per questi mercati sono destinate a rimanere tali.