L’andamento lento dell’imprenditorialità

Articolo del professor Donato Iacobucci, coordinatore scientifico della Fondazione Aristide Merloni, pubblicato sul Corriere Adriatico del 24 Aprile 2019.

Andamento del tasso di attivazione imprenditoriale in Italia, 2007-2017

[…] L’imprenditorialità è generalmente associata all’avvio di nuove imprese.

Questo ne è sicuramente un aspetto importante ma non l’unico. L’imprenditorialità consiste nell’impegno per tradurre in pratica una propria idea. Può trattarsi una nuova impresa ma anche di nuova un’iniziativa all’interno di un’organizzazione esistente o in un’istituzione pubblica. I dati poco positivi cui facevo cenno all’inizio dell’articolo riguardano il fatto che nel nostro paese la propensione imprenditoriale della popolazione è fra le più basse a livello internazionale; e in declino.

Anche nelle Marche, regione tradizionalmente ad alta vivacità imprenditoriale, nell’ultimo decennio la propensione imprenditoriale si è progressivamente allineata al basso valore medio nazionale.

A spiegare il declino della propensione imprenditoriale concorre sicuramente la lunga fase di crisi dalla quale il nostro paese fatica ad uscire.

Ma l’aspetto congiunturale non sembra essere il fattore principale.

Alcune indagini hanno evidenziato che nel nostro paese vi è un rilevante scollamento fra l’attitudine imprenditoriale, cioè l’interesse delle persone verso l’attività imprenditoriale e la sua effettiva realizzazione. Insomma, le idee e le buone intenzioni ci sono ma si stenta a tradurle in pratica (a mettersi in gioco, come si usa dire.

Molti spiegano questa ritrosia all’azione con la presenza di ostacoli esterni: è nota la complessità (per usare un eufemismo) del nostro sistema normativo e burocratico e quanto ciò scoraggi chi ha voglia di intraprendere.

 

 

Vi sono, però, anche ragioni che attengono ai comportamenti individuali. Nel confronto con altri paesi gli italiani mostrano un maggiore timore di fallire. Un timore che non riguarda tanto l’aspetto economico quanto il giudizio negativo che viene attribuito alla mancata riuscita di una nuova iniziativa.

Come conseguenza si preferisce non fare piuttosto che rischiare di sbagliare. I confronti internazionali segnalano anche che gli italiani si ritengono meno preparati all’avvio di un’iniziativa imprenditoriale; mancano le conoscenze e le competenze necessarie.

Entrambi questi aspetti, cioè il timore di fallire e le competenze, chiamano in causa i processi educativi e formativi. In effetti è solo da pochi anni che nella scuola e nell’università italiana ci si interroga sull’introduzione di modalità di insegnamento capaci di stimolare creatività e spirito di iniziativa; o dell’importanza delle cosiddette soft skill: l’attitudine al problem solving, la capacità di lavorare in squadra, la capacità di comunicare efficacemente,
la leadership, ecc.

Per non parlare delle carenze nella formazione in ambito economico e finanziario. I processi formativi sono diventati fondamentali rispetto al passato poiché l’avvio di un’attività imprenditoriale, anche in settori tradizionali, richiede competenze e conoscenze sempre più sofisticate.

Altri paesi si sono mossi in questa direzione da tempo e con investimenti rilevanti; intervenendo sui programmi e sulle metodologie didattiche e, soprattutto, sulla riqualificazione degli insegnanti. L’Italia è relativamente ferma se non in controtendenza.

Non vi è dibattito sul sistema dell’istruzione né si prevedono significativi incrementi di spesa in questo ambito. Nel caso dell’imprenditorialità si preferisce spendere in incentivi all’avvio di nuove imprese; che producono risultati immediati ma che hanno scarso impatto sul problema strutturale.

Non è una responsabilità che possiamo addossare solo ai decisori politici. […] Ma in molti campi, e la propensione imprenditoriale è uno di questi, non vi sono facili scorciatoie. Per invertire la tendenza al declino occorrerebbero investimenti rilevanti e di lungo periodo nel sistema dell’istruzione per migliorarne contenuti e risultati.