Shiv Someshwar: “Il clima peggiora, serve una carbon tax globale” (La Stampa)

Shiv Someshwar, direttore delle politiche climatiche per il Center for Sustainable Development della Columbia University e advisor del Sustainable Development Solutions Network (SDSN) delle Nazioni Unite, è stato protagonista della riunione del Comitato Scientifico della Fondazione Aristide Merloni del 13 e 14 giugno a Fabriano nell’ambito della XIII Conferenza Annuale delle Città Creative UNESCO., presieduto da Enrico Letta.

Someshwar ha discusso con i membri del Comitato le nuove sfide della sostenibilità e del cambiamento climatico, che saranno parte dell’impegno scientifico e operativo della Fondazione: di seguito, vi proponiamo una sua intervista a La Stampa, realizzata da Emanuele Bompan.

 

La crisi climatica sta peggiorando?

“Negli anni passati abbiamo avuto una riduzione delle emissioni di gas serra. Con il ritorno della crescita economica sono tornate a salire. Questo è estremamente preoccupante a quattro anni dall’Accordo sul Clima di Parigi, che ci chiede di stabilizzare la temperature a 2°C, con l’obiettivo di aumentare l’ambizione a 1,5°. La gente forse non capisce che noi attualmente siamo a +1,06°C, e abbiamo meno di un grado di aumento a disposizione. Quindi quando la stampa parla di due gradi di aumento, deve essere chiara su questo punto: lo spazio – e il tempo – di manovra sono limitati. Mitigare le emissioni è un processo complesso, che interessa molteplici settori. Per fare ciò abbiamo pochissimo tempo e serve un’azione congiunta di tutti i paesi”.

 

La prossima COP25, la conferenza degli Stati sul clima, che si terrà a dicembre a Santiago del Cile dovrà finalizzare un punto cruciale dell’accordo, la finanza climatica. È il tema che è stato rimandato per anni. Ora bisogna chiudere.

“La finanza climatica è necessaria per gli investimenti diretti in tutto il mondo, in rinnovabili, efficienza energetica, trasporto pubblico e per la ricerca ed innovazione di nuove tecnologie e fonti di energia rinnovabili. Serve inoltre incentivare il settore privato sia a finanziare la mitigazione che a cedere il know-how di queste tecnologie al che siano accessibili a tutti. Questi saperi devono essere pubblici. Ora per realizzare tutto ciò, in particolare per aiutare i paesi meno sviluppati, servono risorse economiche che siano davvero concrete e misurabili. Se vediamo cosa è accaduto nei vent’anni passati si nota subito che le finanze erogate sono sensibilmente inferiori a quelle promesse. Il mio timore è che da Santiago del Cile esca un testo frutto di una diplomazia in cerca di un minimo comun denominatore ma senza ambizione. E temo sarà difficile anche trovare questo comun denominatore. E qualora si trovi, non si riuscirà a materializzare poi un’azione concreta”.

 

Devono agire solo le potenze industriali tradizionali?

“No anche Cina, India, Brasile e Sudafrica devono fare la loro parte. Però tutte le grandi economie devono restare dentro l’Accordo. Obama promise ingenti risorse per il Green Climate Fund, il fondo multilaterale ONU per la mitigazione delle emissioni e l’adattamento. Ora Trump dice che non verserà i due miliardi di dollari promessi alle nazioni unite. Il vero problema è questo: mantenere le promesse in un’arena internazionale sempre più fratturata è complicato”.

 

Potrebbe servire tassare la CO2?

“Europa e Cina hanno creato un mercato delle emissioni. Ma è fondamentale che tutto il mondo si accordi per mettere un prezzo alla CO2. Serve una carbon tax”.

 

Ci sono paesi come gli USA che sono contrari.

“I democratici che corrono per le Presidenziali 2020 hanno promesso sistemi di tassazione sulle emissioni. Varie città e Stati americani hanno creato i propri sistemi di emission trading. La situazione può cambiare”.

 

A livello globale però non è semplice.

“Basterebbe mettere delle tariffe ai prodotti provenienti dai paesi che non hanno adottato un sistema di carbon tax. Il problema dell’accordo di Parigi è che non offre accordi legalmente vincolanti. E’ più morale che legale. Per questo serve una massa critica di paesi, che agiscano concretamente”.

 

Serve dichiarare l’emergenza climatica a livello globale? Nel consiglio di Sicurezza Onu, oppure all’Assemblea?

“Non sono sicuro sia una scelta giusta. Da un lato si afferma che esiste un grave problema a livello internazionale. Ma questo potrebbe ingannare il pubblico che potrebbe pensare: l’emergenza climatica è stata dichiarata e che le cose ora miglioreranno. Un’emergenza serve durante un fenomeno breve, come un tornado. Non è il caso per il clima, giacché la sfida durerà decenni”.